Enfant prodige

Nei cinema è arrivato il documentario sulla vita di Malala, ispirato al libro autobiografico scritto dalla protagonista. La regia è del Premio Oscar americano Davis Guggenheim.

Malala Yousafzai nasce nel 1997, nel 2009 inizia a scrivere un diario per la BBC (la maggiore emittente radiotelevisiva del Regno Unito), nel 2014 è il più giovane Nobel per la Pace di tutti i tempi, grazie alla sua battaglia per il diritto all’istruzione.

A una prima occhiata si crederebbe di avere a che fare con un caso di enfant prodige, di bambino – o bambina- prodigio. Sbagliato. Di incredibile e inspiegabile questa ragazzina pakistana, al centro di una delle tracce dell’ultimo esame di maturità, non ha proprio niente. La sua storia, che l’ha resa un simbolo internazionale, è quanto di più concreto e conquistato ci possa essere.

Quel diario Malala decide di aprirlo sotto pseudonimo (Gul Makai), mentre i talebani assediano la regione in cui vive, Mingora, imponendo misure restrittive tra cui la chiusura delle scuole. Una linea contestata dalla studentessa. Tutti e tutte devono avere l’opportunità di costruire la propria formazione, è un diritto fondamentale. Nel 2012 il messaggio, giudicato minaccioso dagli estremisti, si trasforma in un bersaglio mobile: la 15enne è raggiunta da uno sparo alla testa, dopo lezione, proprio all’uscita dell’istituzione che presidia con la penna e con l’azione.

Si salva. L’anno successivo, a luglio, tiene un discorso al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, dove parla della condizione di molti bambini, relegati all’analfabetismo. Qualche mese dopo, a ottobre, riceve il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, assegnato dal Parlamento Europeo. Poi, il Nobel per la Pace. A Oslo ringrazia così:

«Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola»

Enfant prodige, dunque?

Forse la definizione più adatta per Malala sta proprio nel suo nome: significa “addolorata”. La forza d’animo di questa giovane donna viene dalle privazioni e dal dolore. E la capacità, straordinaria, è di cercare di farli diventare tutti i giorni un participio passato. Pensando al futuro. Dei suoi coetanei e di tutti noi.

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