La qualità non basta ma è il primo requisito

La libertà è partecipazione. Lo cantava Gaber, ma il concetto si può applicare anche al giornalismo su Internet. Tu, lettore, vuoi leggere quello che scrivo e diffondo sulla democratica Rete, devi contribuire in qualche modo. Il concetto sembra essere arrivato sino in Germania. Dove, dal 27 giugno, il colosso mondiale Der Spiegel ha lanciato il progetto Spiegel Plus, una forma di pagamento dei contenuti editoriali esteso anche al sito. I pezzi “in offerta” sono scelti sia dal settimanale cartaceo sia dallo Spiegel Online. Consultando il vademecum dell’iniziativa, si apprende che a disposizione c’è una rosa di articoli, ognuno al costo di 39 centesimi. Si può pagare dopo aver raggiunto la somma di 5 euro oppure siglare una sorta di abbonamento settimanale. Primi passi nell’intricato mondo del paywall. Di questa sfida avevo parlato con il direttore Klaus Brinkbäumer in un’intervista pubblicata il 9 aprile su Piazza Digitale, blog del Corriere della Sera.

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Klaus Brinkbäumer, Chefredakteur dello Spiegel Online

“Kostenloser Journalismus hat seinen Preis”, Il giornalismo gratuito ha il suo prezzo: il motto spunta cliccando sugli articoli del quotidiano tedesco Die Tageszeitung. È uno dei principali giornali nazionali ad aver adottato il paywall, il pagamento dei contenuti online, che in Germania viene applicato in diverse forme. Il sito della Bdzv (Bundesverbands Deutscher Zeitungsverleger), associazione federale degli editori, ha creato una pagina apposita alla voce paid content, con l’elenco delle testate e la rispettiva formula. Taz (Die Tageszeitung è abbreviata così) si basa sull’offerta volontaria del lettore, mentre Die Welt e Süddeutsche Zeitung hanno scelto il cosiddetto metered paywall, una modalità parziale che permette di avere accesso a un tot di pezzi gratuiti prima di passare al pagamento. L’opzione Freemium, introdotta da Bild e Handelsblatt, risponde a una strategia diversa: secondo il giornale alcuni contributi hanno un valore così esclusivo che l’utente è disposto a mettere mano al portafoglio.

In questo quadro piuttosto variegato, mancano però all’appello alcune colonne portanti del pantheon giornalistico tedesco, come Die Zeit, Frankfurter Allgemeine Zeitung e Spiegel Online. Di recente quest’ultimo ha affidato a parte del suo staff un sondaggio esplorativo nell’azienda e tra gli ex lavoratori. La bozza di una sessantina di pagine dell’Innovation report, diffusa dall’emittente Südwestrundfunk (Swr), porta a galla anche valutazioni di questo tipo: “aumentiamo la nostra importanza”, “ogni unità ha i propri riferimenti e ottimizza il proprio successo senza considerare le altre”, “sperimentiamo troppe poche cose che siano davvero nuove”. Accanto a problemi di metodo, vengono evidenziate esigenze pratiche, come cambiare sede, per avere ambienti idonei a realizzare progetti interdisciplinari, e intervenire sul “caos dei loghi”, circa 37, dei vari prodotti editoriali. Di fronte a questo risultato, i vertici del gruppo hanno subito detto la loro: «Anche se non siamo necessariamente d’accordo con ogni punto delle obiezioni, consideriamo l’apertura e la capacità di fare e ricevere critiche una parte essenziale del processo di cambiamento che desideriamo».

Così si legge in un comunicato scritto dal direttore del settimanale cartaceo Klaus Brinkbäumer, dal direttore dello Spiegel Online Florian Harms e dall’amministratore delegato Thomas Hass, pubblicato dalla Swr. Il “processo di cambiamento” è l’opera di ristrutturazione avviata attraverso la cosiddetta Agenda 2018, presentata dal gruppo Spiegel a dicembre, anche se il programma era già stato anticipato lo scorso giugno. Due i verbi al centro del documento: “risparmiare” e “crescere”. Da una parte 100 misure per abbassare  i costi di circa 16 milioni di euro, dall’altra 15 progetti editoriali (tra cui il paywall) che riguardano tanto il cartaceo quanto il digitale. Questi mondi Klaus Brinkbäumer li conosce molto bene essendo anche executive editor dello Spiegel Online. Quando Hass illustrando il piano dell’Agenda 2018 ha detto «il futuro è nelle nostre mani e nelle nostre menti», si riferiva anche a lui. Questa è l’intervista che il direttore ha rilasciato a Piazza Digitale alla fine di gennaio. 

Il futuro del giornalismo, Herr Brinkbäumer? Sarà digitale o cartaceo?
Entrambe le cose. Ovviamente in misura crescente digitale ma allo stesso tempo per molti anni rimarrà cartaceo.

Nel frattempo Spiegel Online ha deciso che sperimenterà il paywall. Di che modello si tratta?
Cominciamo con il pagamento di singoli testi, con dei “pass” quotidiani e altri modelli di abbonamento.

Quando partirà?
Presto, non c’è ancora una data.

Il pagamento degli articoli online ha anche degli svantaggi? Secondo lei la qualità dei contenuti può bastare?
No, ma dei buoni contenuti sono il primo requisito, e il secondo è la platea di lettori che noi grazie a Spiegel Online fortunatamente abbiamo. Importante è la correttezza, dobbiamo prendere sul serio i nostri lettori e fare loro offerte flessibili, oneste.

Nel 2014 l’allora direttore Wolfgang Büchner disse in un’intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung: «Non penso che sia il caso far pagare del tutto o in parte Spiegel Online. Perderemmo una grossa parte dei lettori e quindi delle entrate per la pubblicità. E non dobbiamo dimenticare: abbiamo una forte concorrenza su Internet che è chiaramente gratuita». Cos’è cambiato?
La nomina del direttore forse? (ride). Crediamo che le persone da tempo abbiano imparato a pagare per contenuti digitali o per prodotti comprati online. Gruppi editoriali come New York Times e Financial Times dimostrano come può andare.

Proprio Büchner voleva unire le redazioni della carta e del web, con il programma Spiegel 3.0, andato in frantumi dopo neanche un anno. Perché secondo lei? Lei come valutava quel progetto?
Mi dispiace, ma non posso commentare la strategia del mio predecessore.

Nell’Agenda 2018, oltre al paywall, ci sono molti altri progetti. E alcuni li avete già realizzati..
All’inizio di dicembre abbiamo avviato la nuova app, che traspone il giornalismo investigativo dello Spiegel in forme di racconto multimediale ed è diventata straordinaria. Spiegel Daily diventa un quotidiano digitale: proviamo, produciamo numeri zero, programmiamo. Non abbiamo ancora stabilito una data di partenza. Inoltre sviluppiamo appunto una forma di pagamento per Spiegel Online e diversi nuovi formati, in ogni caso digitali, ma anche cartacei come Spiegel Biographie.

Nel documento però si legge che la casa editrice Spiegel-Verlag entro il 2018 ha intenzione di tagliare 150 degli attuali 727 posti di lavoro. Lei non la definirebbe una sconfitta?
Sì, perché nessuno di noi riduce volentieri dei posti di lavoro. Ma una direzione responsabile del gruppo ha il compito di prendere atto che i nostri costi sono troppo alti. Lo Spiegel è solido e indipendente, ma vuole anche rimanere tale.

L’anno scorso il fatturato si attestava sui 284,9 milioni di euro. Nel 2007 si aggirava intorno ai 350 milioni di euro…
I ricavi delle vendite sono rimasti piuttosto costanti, mentre le entrate della pubblicità hanno arrancato. In confronto agli altri giornali tedeschi la situazione delloSpiegel o anche della Die Zeit è molto buona. Certo Google e Facebook, calamite di pubblicità, non dovrebbero scomparire, per il momento.

Nel 2015 siete scesi per la prima volta sotto le 200mila copie singole vendute del settimanale (numero 46 di novembre). Mentre Spiegel Online ad agosto per la prima volta dal 2011 è andato sotto i 10 milioni di utenti unici sul sito. Come interpreta questi dati?
Come uno sprone. In tempi di cambiamenti strutturali, nessuno ha la facoltà di fermarsi, perché i successi di ieri non hanno più grande valore il giorno dopo. Dovremmo essere vigili e veloci, sempre.

La vostra testata è presente su Twitter, Pinterest, Instagram, Snapchat e ovviamente su Facebook. Il responsabile social-media Torsten Beeck ha filmato il primo “Instant Article”. Che ruolo hanno i social media nella sua redazione?
Un ruolo sempre più importante. Io stesso ho imparato prima di tutto che i lettori oggi si aspettano di poter raggiungere il direttore e questo mi fa piacere. 

Der Spiegel è sinonimo di giornalismo d’inchiesta. Quali sono le prospettive di questo genere giornalistico, in Germania e nel mondo?
È la nostra essenza, e noi ne avremo cura così come avremo cura della nostra rete di corrispondenti. Il giornalismo investigativo tuttavia è nel complesso minacciato perché costa tempo e denaro, e gli editori hanno tagliato i loro budget.

Herr Brinkbäumer, l’ultima domanda voglio fargliela sull’Italia. La sua testata in passato ha espresso critiche molto severe nei confronti degli italiani. Ma lei cosa pensa davvero della nostra stampa?
Amo l’Italia, andavo a trascorrerci le vacanze da piccolo. Mi piacciono molti giornali italiani e molti blog. La televisione italiana meno. Però, naturalmente, non sta a me dare consigli o raccomandazioni.

 

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