Categoria: Politica

Il tallone di Hillary

Il giornale tedesco The Local ha stilato una sorta di lista della spesa per Hillary Clinton, tra i candidati dei democratici alle primarie americane per le elezioni del prossimo novembre. Sei ingredienti che l’ex first lady, prima donna a diventare presidente, potrebbe importare dalla prima cancelliera della Germania al governo da dieci anni, Angela Merkel.

Hillary Rodham Clinton, Angela Merkel
Hillary e Angela al Dipartimento di Stato di Washington nel 2011 (Foto: AP/Manuel Balce Ceneta)

Tra queste ce n’è una su cui soffermarsi, la penultima: “trasformare la più grande debolezza nella propria forza”, ovvero rendere il tallone d’Achille un cavallo di battaglia. Pensando a Merkel viene incontro subito un esempio concreto. Le mani intrecciate a forma di piramide rovesciata, ormai un suo tratto distintivo: secondo il giornalista del The Local Jörg Luyken quel gesto è il risultato del fatto che la politica, davanti all’obiettivo di fotografi e operatori, “non ha mai saputo cosa fare con le mani”. E quindi, deduce il lettore, si è inventata la posa per tamponare e amministrare la goffaggine innata in situazioni analoghe. E sempre il lettore, a partire da questo articolo, potrebbe ricordarsi un altro pezzo, dal titolo Mysterious Merkel, apparso nel 2011 sul settimanale statunitense Newsweek. 

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La copertina di Newsweek (dicembre 2011)

L’autore Roger Boyes riprende un passo della biografia scritta da Margot Heckel, che racconta la paura dei tuffi di Merkel bambina. Un giorno ad esempio, a scuola, è rimasta immobile per tutto il tempo, pronta per l’immersione, ma solo nel preciso istante in cui è suonata la campanella della scuola, a decretare la fine della lezione e a spopolare la piscina, è riuscita a sprofondare negli abissi. L’episodio può suggerirci qualche spunto di buon senso sulla sua psicologia, continua Boyes, senza scomodare la psicanalisi: “esita, rimugina e eventualmente trova il coraggio di agire”. L’affermazione trascina con sé anche un altro interrogativo, più complesso: “non potrebbe essere che lei aveva, e ha tuttora, paura di sbagliare agli occhi degli altri?”. Di certo c’è una conclusione da fare: “ha stirato le regole fino al limite ma alla fine è rimasta nel loro perimetro”.

L’aneddoto descrive, si suppone, una delle prime volte in cui la giovane tedesca ha saputo “trasformare la più grande debolezza nella propria forza”. E così dovrebbe fare anche Hillary Clinton, secondo The Local, per lavorare su un certo “imbarazzo sul palco”. “Forse – è la conclusione dell’analisi – una chiamata veloce al Kanzleramt (Cancelleria federale) potrebbe tornare utile”.

 

 

L’undicesimo punto

Il partito guidato dalla cancelliera Angela Merkel, la CDU, ha approvato l’agenda del 2016. Il documento si intitola Mainzer Erklärung ed è stato riassunto in dieci punti.

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Il tavolo di Mainz, con Merkel e alcuni dirigenti della CDU (foto: RP Online)

Nella “dichiarazione di intenti di Magonza” (sede dell’incontro, 8 e 9 gennaio) trovano spazio i temi in cima alla lista dei conservatori: occupazione, tutela della famiglia, mercato interno digitale, appoggio al Ttip. Ovvio che però al centro del programma ci sia, prima di ogni altra cosa, la discussione rianimata dai fatti di Colonia, dove centinaia di donne hanno denunciato le aggressioni subite nella notte di Capodanno. Tra i sospettati ci sarebbero anche 18 migranti, accusati di furti e lesioni.

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Un passaggio-cardine del documento di undici pagine

 

Nel brano riportato qui sopra viene sintetizzato il principio alla base della condotta della CDU in materia di sicurezza. L’Unione cristiano-democratica vuole ridurre gli ostacoli all’espulsione e all’allontamento degli stranieri passibili di pena, espellendo i migranti che siano stati condannati anche con la sospensione condizionale. Lo ribadisce Volker Kauder, capogruppo parlamentare CDU, durante la sua visita nella redazione del giornale Rhein-Zeitung. C’è bisogno di un «cambiamento dei tempi», è il punto di vista di Guido Wolf, candidato per il Baden-Württemberg alle elezioni in calendario a marzo in cinque Länder. E poi c’è «l’umore della base sottoterra», riporta sempre Deutschlandfunk citando Carsten Linnemann, a capo del MIT dei partiti CDU/CSU (Mittelstands- und Wirtschaftsvereinigung, Associazione del ceto medio e dell’economia).

Merkel dal canto suo sottolinea come questa decisione sia stata presa «nell’interesse dei cittadini, ma allo stesso della maggior parte dei rifugiati». Lo sottolinea perché lei è la cancelliera che ha aperto ai migranti e ha scelto l’accoglienza come cifra distintiva. Ora però i colleghi le ricordano, di nuovo, che fra le fila del partito (dirigenti e militanti) molti sono frustati per i recenti eventi e soprattutto per la linea politica sul fronte dell’immigrazione. Questo braccio di ferro, potremmo dire, costituisce l’undicesimo punto della Mainzer Erklärung.

Non scritto, eppure altrettanto cruciale.

 

Il caminetto

“Il discorso del caminetto” è la formula con cui la Repubblica anticipava in sintesi lo spirito del messaggio, il primo di fine anno, del capo dello Stato Sergio Mattarella (eletto il 31 gennaio 2015).

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Uno sguardo emblematico dello stato d’animo (foto: Ansa)

Il rimando è all’accezione, diremmo, positiva del termine: le conversazioni del caminetto (fireside chats), inaugurate dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. Ovvero trasmissioni radiofoniche di grande successo in cui si rivolgeva direttamente agli americani per spiegare, in quel caso, l’azione di governo. Un rapporto familiare e informale con i cittadini. Praticamente il contrario del secondo significato assunto dalla parola in italiano: la politica del caminetto indica le riunioni ristrette e segrete di pochi in cui si prendono decisioni di peso, al riparo dalla trasparenza e dal pluralismo.

«Questa sera non ripeterò le considerazioni che ho fatto, giorni fa, incontrando gli ambasciatori degli altri Paesi in Italia sulla politica internazionale, e neppure quelle svolte con i rappresentanti delle nostre istituzioni. Stasera vorrei dedicare questi minuti con voi alle principali difficoltà e alle principali speranze della vita di ogni giorno.»

Un esordio programmatico quello di Mattarella, dopo aver messo in soffitta la poderosa scrivania di legno, quasi costituisse un muro frapposto tra il suo monito e il pubblico in ascolto, infrangendo le previsioni delle settimane addietro. Ha optato per le stanze dell’appartamento privato al Quirinale. Intorno: una stella di Natale, il presepe sotto la campana, alcuni foglietti in mano tirati in ballo come canovaccio o come scenografia. E poi una poltrona, elegante ma non troppo pomposa.

Il discorso senza scrivania è una novità del 2015. E forse dei futuri discorsi di fine anno firmati Mattarella.

Davanti al caminetto. Quello di rooseveltiana memoria, s’intende.

 

Il metodo di Gram

“Hai aggiornato il blog?”

La domanda risuona nelle meningi di ogni blogger, cioè di ogni persona che ha un blog. La data dell’ultimo articolo – in gergo, post– è l’ossessione, all’origine di un meccanismo perverso. Almeno per alcuni. Perché da una parte c’è il cruccio di non riuscire a scrivere con costanza, dall’altra non si fa nulla per porvi rimedio. Gli occhi e la mente indugiano su ciò che è stato già pubblicato, la mano è quasi bloccata al pensiero di dover digitare un nuovo testo sulla tastiera del computer. Meglio attendere il prossimo guizzo, o il momento propizio.

Un atteggiamento bizzarro. Forse perché quello spazio è una nostra creatura, perché crediamo di avere l’ultima parola, che sia uno spiraglio di libertà da gustare senza regole nella strettoia di scadenze e incombenze quotidiane. Ma forse non deve essere così. Aprire un blog non significa rinnovare la tradizione dei diari personali delle scuole medie: è un impegno con chi lo legge (fosse anche una sola persona) e dunque va rispettato. Bando all’anarchia, sia ripristinata la disciplina.

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E legittimata da questa presa di coscienza, mi permetto di diffondere il monito. Senza troppi dubbi scelgo il mio destinatario: Ignazio Marino, ex sindaco di Roma. Oltre a quello ufficiale, attivo, ha anche un blog su l’Espresso, fermo alla vigilia dell’elezione in Campidoglio (giugno 2013) per svariate ragioni legate al suo ruolo, si suppone. Ora però che l’amministrazione è decaduta, dopo tutto il caos che conosciamo, Marino potrebbe riprenderne le redini e magari ripartire proprio da qui con un’altra veste. A meno che non decida di candidarsi alle primarie per le future Comunali, come ha dichiarato nei giorni scorsi.

«Sto riflettendo. Ad esempio bisogna comprendere quale sarà il passaggio per la candidatura che, a questo punto, indicherà Matteo Renzi. Perché se ci sarà un passaggio democratico attraverso le primarie, probabilmente io valuterò una possibilità del genere»

Ritornando al blog, c’è da aggiungere che il titolo è grazioso: è preso in prestito dal lessico medico, a cui l’ex chirurgo attinge spesso nei discorsi o nelle metafore. “Il metodo di Gram” è una tecnica di colorazione che serve a evidenziare particelle altrimenti invisibili della realtà (nel caso specifico batteri). In fondo, è un po’ quello che aspira a fare anche un buon blogger, con il suo racconto.

Aggiornato, mi raccomando.

Il clima del G7

g7Oggi e domani più di 3mila giornalisti accreditati rincorreranno la dichiarazione del giorno al G7.
Il Gruppo dei leader di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Usa, Giappone, Canada, si riunisce nel castello Elmau a Krün (Baviera). E “non sanno a chi dare il resto”, come recita un detto. Ovvero: i temi di cui discutere sono tanti. E urgenti.

Tra questi campeggia il dibattito sul clima.

In vista della conferenza delle Nazioni Unite di fine 2015 a Parigi, la cancelliera tedesca Angela Merkel prima di partire alla volta del G7 ha confezionato un videomessaggio per sottolineare la necessità di trovare un accordo internazionale e, in particolare, di garantire il fondo di 100 miliardi di dollari previsti. Questo ci fa tornare al 2009, summit di Copenaghen: qui venne promesso che a partire dal 2020 sarebbe stato attivato ogni anno un pacchetto di aiuti ai Paesi più poveri chiamati a fronteggiare il cambiamento climatico.

Ora la cifra annunciata bussa ripetutamente alla porta blindata dello Schloss Elmau con la ferma intenzione di entrare e di mettersi al tavolo insieme ai grandi della Terra. Lo ribadisce Barbara Hendricks, ministro dell’Ambiente del governo Merkel, in un’intervista allo Spiegel, rilasciata alla vigilia del vertice.
L’accordo è l’obiettivo numero uno. Però c’è un “però”: circa la metà dei soldi dovrebbe arrivare da aziende private e non c’è ancora traccia di una conferma.barbi

«Se noi adoperiamo il denaro statale in modo intelligente, non avremo problemi a ricevere anche dei soldi privati. Calcoliamo a questo proposito di aver bisogno di un 40% di risorse pubbliche e che il restante 60% provenga dal settore privato»

Il ministro inoltre parla di una verifica quinquennale della tabella di marcia fissata dai singoli Paesi che sottoscriveranno il contratto a dicembre e che si impegneranno a ridurre le emissioni di CO2. A questo punto i giornalisti Axel Bojanowski e Annett Meiritz chiedono se Usa o Cina si lasceranno sottoporre a questi controlli.

«Io voglio che gli Usa, la Cina e tutti gli altri grossi Paesi emittenti siano parte del nuovo accordo. E questo accordo deve naturalmente anche contenere dei meccanismi che comportino la trasparenza di intenti e la loro applicazione, affinché ogni Paese sappia cosa fa l’altro»

Il clima che si respira al G7 sulle politiche ambientali è temperato. La speranza dei protagonisti è di spazzare via ogni nube all’orizzonte prima dell’appuntamento nella capitale francese (30 novembre-11 dicembre).

Dieci in condotta

“Italien ist nur ein bisschen Tsipras” (“L’Italia è Tsipras solo un po’”). Il titolo del pezzo di Tobias Bayer, giornalista del Die Welt, è quello che ci vuole per fare la sintesi delle ultime giornate. E più in generale del rapporto che lega i due giovani premier europei Matteo Renzi e Alexis Tsipras.

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L’articolo del 3 febbraio racconta l’incontro avvenuto a Roma martedì. L’uomo del riscatto greco contro la Troika, accanto a lui l’italiano alfiere della flessibilità. Ad unirli una cravatta, donata come pegno, ma non un progetto europeo politico comune, condiviso totalmente. Le parole di Bayer sono macigni: scherzi di simboli di vestiario a parte, “tutto è senza impegno, le differenze di merito sono grosse”.

Se Tsipras parte alla volta dell’Europa per scardinare il primato della Troika, Renzi è “lo scolaro modello” (der Musterschüler), “che critica le regole ma poi alla fine vi si attiene”. Poi, in tema di debito greco, è “estremamente cauto”. Tanto che lui e Tsipras non hanno discusso dei dettagli perché, continua Bayer, ciò significa che se ne parlerà a livello europeo. La prudenza dell’ex sindaco di Firenze non sconcerta, i conti tornano. O meglio dovrebbero tornare. Dato che l’Italia è il terzo creditore della Grecia dopo Francia e Germania. Dunque lo “Jein” (incrocio tra “Ja” e “Nein”, il nostro “ni”) di Renzi al suo collega si spiega, sempre secondo il giornalista tedesco, così: da una parte il peso della questione del credito italiano contribuisce a frenare un’adesione spassionata, dall’altra il sostegno all’offensiva greca è utile all’Italia per negoziare maggiore flessibilità in Europa.renzi europa 1

La mossa della Bce di ieri ha scoperchiato subito il vaso. Francoforte ha rimosso la deroga con cui la Repubblica ellenica poteva consegnare titoli del debito pubblico in cambio di liquidità. Palazzo Chigi dal canto suo ha diffuso con una nota le dichiarazioni del presidente del Consiglio, che attribuisce pieni voti con lode al comportamento dell’Eurotower:

«La decisione della Banca centrale europea sulla Grecia è legittima e opportuna, dal momento che mette tutti i soggetti in campo attorno a un tavolo. In un confronto diretto e positivo per una Unione che – andando oltre una concezione burocratica tutta rivolta alla austerità – sia capace di rispettare e far rispettare gli impegni presi e di guardare con maggiore fiducia e determinazione a un orizzonte europeo fatto di crescita e investimenti».

Interpretare la reazione di Renzi come una mossa da studente secchione che non intende sgarrare non fa la differenza. Il punto è che con questa posizione lo “Jein” coniato da Bayer, per l’asse Roma-Atene, non poteva trovare esempio più calzante.

Verba non volant

Il nuovo presidente della Repubblica italiana è Sergio Mattarella, classe 1941, giudice della Corte Costituzionale dal 2011, ex deputato dc, ex Ministro. È stato eletto sabato 31 gennaio con 665 voti, il quorum era di 505.mattarella

La riuscita collaborazione nella seduta dell’Aula ha in parte scolorito gli amari ricordi legati al teatrino del 2013, che portò poi alla soluzione di emergenza di un Napolitano bis.

Una buona notizia, dunque. Un po’ meno per questo blog, e il motivo è presto svelato.

Secondo l’Ansa il nuovo capo dello Stato è “il politico riservato che non dichiara mai”. L’articolo porta i seguenti dati: “in dieci anni, dal 2005 ad oggi, è intervenuto soltanto 29 volte”. E ancora: “l’ultima dichiarazione in ordine di tempo risale all’ormai lontano 2008, il primo febbraio, e riguarda l’ipotesi di elezioni a giugno senza una modifica della legge elettorale”.

Insomma, Mattarella potrebbe segnare una decisa inversione di rotta rispetto al suo predecessore Napolitano, almeno nell’ambito delle cosiddette esternazioni atipiche. Esse sono le manifestazioni di opinione del Presidente della Repubblica, indirizzate alla stampa e al popolo. A differenza dei messaggi formali alle Camere, non vengono disciplinate dalla Costituzione, si sottraggono alla controfirma, sono affidate alla prassi. Ciò significa che sta alla responsabilità e alla personalità del Presidente stabilire come organizzare ed esternare le proprie dichiarazioni.

Napolitano nei nove anni circa di mandato è stato spesso criticato in ragione di esternazioni numerose e considerate talvolta troppo marcate rispetto al suo ruolo. Non sembrerebbe questo il caso di Sergio Mattarella. Eppure ieri, dopo l’elezione, ne ha sfornate ben due. La prima coincide con le parole pronunciate nell’incontro con i giornalisti al palazzo della Consulta, dopo la comunicazione ufficiale dell’elezione, da parte della Presidente della Camera Laura Boldrini:

«Grazie, il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. È sufficiente questo».

Ribadendo, con quest’ultima frase, la sua natura poco incline alla prolissità, il Presidente ha tuttavia rilasciato una seconda dichiarazione mentre rendeva omaggio alle Fosse Ardeatine:

«L’alleanza tra nazioni e popolo seppe battere l’odio nazista, razzista, antisemita e totalitario di cui questo luogo è simbolo doloroso. La stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore».

Il bilancio della prima giornata lascia sperare. D’altronde il momento storico ha bisogno di moniti assidui e netti. Da carpire e guardare da vicino, nel blog che parla di uomini e di quello che decidono di mettere tra le virgolette caporali.

Quantomeno, ci si augura che sarà così.

Merkel: Europa, abbiamo un problema. Con Pegida

merkelI messaggi di fine anno dei capi politici hanno due destinatari essenziali: i cittadini e gli interlocutori delle istituzioni, non solo a livello nazionale.

La cancelliera Angela Merkel ha pronunciato il suo Neujahrsansprache, il discorso di inizio anno, decidendo di dedicare una parte rilevante a Pegida, acronimo di Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (“patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”). Sono loro i protagonisti del movimento antislamico e anti immigrazione irregolare, nato a Dresda su iniziativa di Lutz Bachmann e diffusosi in molte città della Germania, con un appuntamento di marcia fisso al lunedì. La condanna, nella trama, risulta incastonata tra la menzione dell’Isis e il ricordo gioioso del 25esimo anniversario della caduta del Muro. Una posizione ragionata, accompagnata dalla complicità della regia: nel momento in cui la Bundeskanzlerin passa alla sezione in questione, la telecamera si stringe sul suo volto, implacabilmente severo, al contempo addolcito da un’espressione paternalistica. E le parole iniziano a scorrere:

«Una conseguenza di queste guerre e di queste crisi è che nel mondo ci sono così tanti fuggitivi come non succedeva dalla seconda guerra mondiale. Molti sono letteralmente scampati alla morte. È ovvio che noi li aiutiamo e accogliamo gli uomini che cercano rifugio da noi. Di recente qualcuno mi ha raccontato di un membro della comunità curda, che ora è tedesco. Che molti anni fa egli è scappato dall’Iraq, in condizioni difficili e mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Ha detto che per lui la cosa più importante in Germania è che i suoi bambini sono potuti crescere qui senza conoscere la paura. Questo è forse il più grande complimento che si possa fare alla nostra terra, che i figli dei perseguitati qui possono diventare grandi senza paura. E questa era anche una delle ragioni delle molte persone che 25 anni fa nella DDR ogni lunedì andavano in strada. Centinaia di migliaia hanno dimostrato nel 1989, in favore della democrazia e della libertà e contro una dittatura che lasciava crescere i bambini nella paura. Oggi alcuni invocano nuovamente ogni lunedì “Noi siamo il popolo” ma nei fatti intendono: voi non ne fate parte a causa del colore della vostra pelle o della vostra religione. Per questo dico a tutti coloro che vanno a queste manifestazioni: non seguite quelli che vi invitano a partecipare perché troppo spesso si annidano nei loro cuori pregiudizi, freddezza, persino odio».

Un movimento, dunque, animato da odio, manipolatore del motto «Wir sind das Volk», che identificava la rivoluzione di pace nella DDR nel 1989. Merkel  è consapevole che il suo discorso, come per ogni leader di Stato potente, sarà oggetto di attenzione e riflessione critica oltre i confini nazionali. Inserire Pegida nella tradizionale rievocazione dei fatti più importanti dell’anno ha lo scopo di far drizzare le orecchie al concerto europeo: è giunta l’ora che tutti si soffermino sul fenomeno, per affrontare e combattere il problema insieme alla Germania. Le paure della cancelliera, d’altronde, sono supportate dai dati. Secondo il sondaggio effettuato da Forsa per la rivista Stern il 29% dei tedeschi pensa che l’influenza dell’Islam giustifichi le proteste, riporta Tonia Mastrobuoni oggi su La Stampa. E non solo: un tedesco su otto si dichiara disponibile a unirsi alla manifestazioni se i cortei si tenessero vicino alla sua città di residenza.

Merkel chiama, vedremo se l’Europa risponderà.

I ragazzi del Muretto

«Che il 2015 sia un anno fecondo di risultati positivi per il nostro Paese, le nostre famiglie, i nostri ragazzi»: Giorgio Napolitano sceglie queste parole per chiudere il suo ultimo discorso di fine anno da presidente della Repubblica.

3bc9368c3dc37abfed3c6b9a342d3087-700-U101753536560iE--258x258@IlSole24Ore-WebLe parole, appunto, vengono scelte, non hanno vita autonoma. Questo blog crede profondamente nel principio, tanto da essere nato per difenderlo. E quindi anche Napolitano, dopo nove anni di incarico, vicino alle dimissioni, ha compiuto la sua scelta verbale: concedere lo spazio più vibrante di un’orazione, quale è appunto la chiusa, alla categoria più bistrattata. La nostra, composta da giovani ragazze e ragazzi.

Come ogni buona “composizione ad anello” che si rispetti, l’argomento era già stato trattato nell’esordio: «il dilagare della disoccupazione giovanile e della perdita di posti di lavoro» è «la questione chiave», dice il capo dello Stato. E aggiunge: «Tutte le misure pubbliche messe in atto in Italia negli ultimi anni stentano a produrre effetti decisivi che allevino il peso delle ristrettezze e delle nuove povertà per un così gran numero di famiglie e si traducano in prospettive di occupazione per masse di giovani tenuti fuori o ai margini del mercato del lavoro».

Nella struttura di un messaggio, all’analisi di una tesi problematica subentra subito dopo una specie di zampata, l’indicazione a cercare uno spiraglio preciso nel buio del disagio. «Da ciascuno di voi può venire un impulso importante per il rilancio e un nuovo futuro dell’Italia» suona l’esortazione dal Quirinale «Lo dimostrano quei giovani che non restano inerti dopo aver completato il loro ciclo di studi nella condizione ingrata di senza lavoro ma prendono iniziative, si associano in piccoli gruppi professionali per fare innovazione, per creare, per aprirsi una strada».

La chiusura dell’anno, si sa, trascina con sé anche la scelta, ancora una volta, dellaCresce la disoccupazione giovanile parola più emblematica. Per il 2014 è stata sicuramente “Muro”, da Berlino a Cuba alle posizioni di Bergoglio, passando per altri esempi, fino a quello ritrovato simbolicamente nelle dichiarazioni di ieri sera: il muro del lavoro, della precarietà e della disoccupazione. La sua mole però non deve atterrire né portare allo sgomento, la battaglia non è temibile, incoraggia Napolitano rivolgendosi ai «nostri ragazzi». Fermo restando che la picconata ferma e cruciale deve venire dalle «misure pubbliche» dagli «effetti decisivi», la pietra ostinata già può iniziare a cedere se incontra la punta acuta dell’ingegno, della caparbietà, dello spirito di sacrificio, che rifiuta l’inganno della rassegnazione delegante.

Tanto abbiamo fatto già in questo senso, noi ragazze e ragazzi. Con le nostre forze contro il nostro Muro. O Muretto, volendo applicare il messaggio propositivo di Napolitano, come si conviene all’inizio di un nuovo anno.

The Interview

No, non è il film di Seth Rogen e Evan Goldberg che ha dominato le cronache di questi giorni di vacanze natalizie. Qui si parla di Barca, e del Partito democratico.

Rai Tre - Fabrizio Barca ospite a "In Mezz'Ora"Il giorno di Santo Stefano l’ex ministro per la coesione territoriale del governo Monti, iscritto al Pd dall’aprile 2013, lascia questo messaggio su Twitter: «Un’ipotesi un impegno un progetto molti volontari 150 circoli per rispondere all’idea lanciata da @orfini». Segue il rimando alla sua piattaforma Luoghi Idea(li) e al documento ufficiale di Mappa il Pd, affidatogli da Matteo Orfini, commissario del Pd romano e presidente dell’assemblea nazionale. Il senso: ripartire dalla piaga di Mafia Capitale, rimuovere le mele marce, trovare la strada giusta.

Come?

Barca e il suo gruppo di lavoro propongono una «mappatura geo-referenziata» dal momento che «per capire davvero qualcosa bisogna sovrapporre la mappa dei circoli – dei loro iscritti, anomali o normali che siano, del loro raggio di azione, partecipativa o corruttiva che sia – con la mappa della città vera, dei cittadini, dei loro servizi e disservizi». «Faremo quindi riferimento a due modelli di partito, che per semplicità chiamiamo “partito buono” e “partito cattivo”»; viene poi offerto un elenco puntuale dei caratteri delle due modalità virtuosa e viziosa.
L’economista, dopo la premessa metodologica, passa alla descrizione del processo di barcacircolilavoro: «Larga parte delle informazioni necessarie deriverà da interviste circolo per circolo. È dunque in corso la predisposizione di una traccia di intervista che in modo sistematico consentirà di costruire indicatori che misurino il grado di diffusione dei due modelli stilizzati di partito». E specifica: «Le interviste saranno condotte – se i dati su iscritti, primarie ed elezioni saranno stati resi disponibili – dalla terza decade di gennaio da quattro-cinque squadre di intervistatori». L’obiettivo ultimo è pubblicare i dati entro fine maggio e rispondere a una serie di domande, tipo: qual è il grado di diffusione del partito buono e cattivo? Quali sono le forze e le motivazioni che portano alla confusione, al mescolamento di partito e amministrazione (Municipio, Comune)? Perché il partito non riesce a collegarsi, a rappresentare, le istanze creative o i bisogni nuovi della società romana?

L’intervista è un genere magmatico, dalla forma ingegnosa, dai contenuti illuminanti. Per la ricostruzione che Barca vuole fare del suo partito è un buon punto di partenza, una premessa necessaria, ma non sufficiente. Bisognerebbe proseguire quelle interviste, anche a microfoni spenti, concentrarsi sulle persone interpellate nei circoli, prima spazi quotidiani di vita vissuta e di esperienze condivise anche piccole, oggi percepiti come cabine fredde dove depositare ogni tanto un voto. La fase sistematica, preliminare e culturale, non basta: l’inchiesta scientifica va integrata con il ripensamento delle iniziative e degli incontri da realizzare in quel contesto, tutti i giorni. Viene da suggerire. Considerando comunque che la missione, per il politico, è di una complessità notevole. Tanto quanto, per un giornalista, la scrittura di una buona intervista.