Il bello dei sondaggi

Mi ripeto (cfr. questa intervista, p. 23).

I sondaggi sono una delle cose più avvincenti, soprattutto in politica. E l’aggettivo è motivato da due elementi: potere e suggestione dei dati.

Donald Trump di profilo
Donald Trump- e i suoi capelli- di profilo

C’è una nuova puntata nella saga “Usa 2016”, la corsa presidenziale alla Casa Bianca, che avrà il suo epilogo a novembre dell’anno prossimo. “Donald Trump makes dramatic gains on Hillary in latest poll” (Donald Trump guadagna punti in modo considerevole su Hillary nell’ultimo sondaggio): un articolo scritto da David K. Li, sul giornale New York Post, sintetizza così nel titolo gli esiti dell’indagine della CNN di mercoledì.

«Complessivamente Clinton continua a tenere le carte nella corsa alla White House, guidando i quattro contendenti repubblicani (Trump, Walker, Bush, Fiorina, ndr)», dice Jennifer Agiesta, che segue i polls per l’emittente televisiva americana.

E va bene. Però Trump, candidato GOP alle primarie (ma potrebbe anche presentarsi come indipendente), sta stressando con la sua ascesa tutta la schiera- ben nutrita- degli oppositori: analisti, compagni di partito, attivisti, personaggi dello spettacolo. Compresa Hillary, vincitrice annunciata dello schieramento opposto democratico.
Nel sondaggio citato dal NYP il magnate compie una rimonta sulla sua rivale: 45% contro il 51% dell’ex segretario di Stato. Quando, solo un mese fa, pedalava alla velocità di 40% dietro al 56% dell’altra. A giugno era al 35, Clinton al 59.

Una foto rubata di Hillay Clinton, molto adatta in questa sede
Una foto di Hillary Clinton, molto adatta al tema del post

Ora, quei simboli lì (numerino più percentuale), dobbiamo riconoscerlo, hanno un effetto dirompente sui più. In ogni parte del globo. Ci stuzzicano, come un solletico. Ci inducono a riflettere, anche se diciamo di svalutarli. Ci fanno discutere e talvolta agire, in un senso o nell’altro. E in tutto ciò non c’è nulla di male: è il bello dei sondaggi. Bisogna però completare il discorso: i risultati devono essere interpretati e maneggiati con cura, senza idealizzarli e con un po’ di sano scetticismo.

Il platinato Donald l’ha capito bene e si gode lo scompiglio. Parla, con un’aquila accanto, in un’intervista rilasciata ai giornalisti del Time, della cui copertina è protagonista questa settimana. Giornalisti che gli portano un altro dato, sempre dai famigerati polls: molte persone dicono di sapere bene di che pasta è fatto e non vogliono vederlo in alcun modo tra le pareti dello studio ovale.

«Negli Stati in cui mi conoscono meglio c’è stato un riscontro altamente positivo- risponde lui– Infatti ho avuto l’oscillazione più grande. You know what I mean, right?»

Sì, lo sappiamo.

Movimento Cinque Stelle

Non è quello di Grillo e Casaleggio.

Il nome del movimento politico potrebbe però prestarsi a ribattezzare il bando aperto in Francia per costruire un albergo nel palazzo di Versailles. A cinque stelle (e oltre), ça va sans dire.

Reggia di Versailles, Sala degli specchi
La famosa Sala degli specchi nella Reggia di Versailles

«Non ci sarebbe nessun altro hotel come questo nel mondo- riferisce un portavoce della reggia- È un emblema della storia francese e una pietra miliare dal punto di vista culturale. Sarà una vera e propria esperienza regale».

Le dichiarazioni sono riportate dal quotidiano britannico The Telegraph che a sua volta cita l’indiscrezione apparsa domenica 16 agosto sul settimanale francese Le Journal du Dimanchetra gli aspiranti alla residenza di Luigi XIV, che possono presentare la candidatura entro il 14 settembre, c’è la società di servizi AccorHotels, attiva anche nel campo alberghiero. Informazione confermata l’indomani dai diretti interessati all’agenzia di stampa nazionale Afp:

«Sarebbe sorprendente non far parte dei gruppi che sottopongono un progetto. Nel momento in cui siete i “numero uno” su un mercato, è logico essere presenti nella gara».

Le camere verranno costruite in un’area esterna di circa 2800 metri quadrati occupata da tre antichi edifici del 17esimo secolo (Grand Contrôle, Petit Contrôle, e Pavillon), situati nella parte meridionale del parco, e daranno sulla celebre struttura dell’Orangerie. Un progetto analogo era stato proposto tra il 2010 e il 2011, ma un certo punto aveva frenato senza giungere ai risultati auspicati.

Versailles ai tempi del Re Sole
Versailles ai tempi che furono

Il palazzo rimane una delle mete più visitate dai turisti, eppure i fondi statali per la manutenzione sono stati sfrondati con un taglio piuttosto drastico: dai 47 milioni annui del 2013, si è passati ai 40 dell’anno successivo, si legge sempre su Jdd. La potatura richiede nuovi rigogliosi innesti. Per il vincitore del concorso ci saranno tanti onori (la concessione degli spazi durerà 60 anni) quanti oneri. Ad esempio una cifra tra i 4 e i 7 milioni da sganciare subito per i lavori di riparazione. La speranza- personale- che l’idea di schiaffare un albergo in un gioiello storico vada a naufragare, trova in questi numeri il suo ancoraggio.

L’impegno economico richiesto non è per tutti.

A differenza del Movimento Cinque Stelle reale, in quello figurato di Versailles di certo non vale il motto “uno vale uno”.

L’editoriale della settimana

Il video di Anja Reschke ha dominato la settimana tedesca. Il suo vestito giallo spicca come il numero di visualizzazioni- milioni- del suo intervento. Mercoledì 5 agosto la conduttrice del programma Panorama, sul principale gruppo radiotelevisivo pubblico ARD, decide di affrontare un tema che fa tremare i polsi alla Germania.

Reschke dedica l’editoriale della trasmissione Tagesthemen ai rifugiati. E, come in ogni editoriale, la tesi è netta. La giornalista si rivolge in particolare al popolo del Web, reo di usare la Rete per scrivere e diffondere commenti carichi di odio contro coloro che considera “parassiti”. Invita chi- come lei- non è d’accordo, ad esprimere il proprio dissenso, senza limitarsi all’indifferenza. Spiega che le parole contro i rifugiati in molti casi non restano tali, sono seguite dall’approvazione virtuale (esemplificata in una marea di “like”) e si pongono come anticamera di manifestazioni concrete di violenza.

Nata a Monaco di Baviera nel 1972, qui studia Scienze politiche, Storia e Psicosociologia; lavora come cronista per la radio Antenne Bayern, nel 1988 inizia la sua carriera presso l’emittente regionale degli Stati federali del Nord NDR (affiliata ad ARD).
“Klarsprech”, parlar chiaro, è la sua cifra, si legge nel ritratto apparso su Der Tagesspiegel.
La denuncia della presentatrice ha avuto molta eco, non perché inaspettata ma in quanto ha toccato un nervo scoperto. «Questo è puro razzismo», esclama Reschke raccontando al giornale Die Welt il contenuto delle lettere che arrivano puntualmente in redazione dopo ogni puntata sul tema immigrazione.

Le manifestazioni di insofferenza sono quotidiane, fanno emergere spettri antichi. «Non ha nulla a che fare con la paura. Quando si dice di esseri umani “via insieme alla sporcizia” (proteste di Freital, ndr), siamo davanti al gergo nazista». E a chi l’accusa di catalogare come “razzismo” il sentimento di preoccupazione che può animare una fetta di popolazione, lei replica: «Io parlo solo dei razzisti. Quando le persone mi scrivono “Ho paura”, “Questi mi portano via tutto” o “Non abbiamo più posto nella nostra regione”, personalmente posso certo non comprenderlo, ma rientra nel diritto di esprimere liberamente la propria opinione. Io respingo commenti come “I rifugiati devono essere scaraventati nell’Eurotunnel oppure cacciati nel Mar Meditteraneo”. Così si aizza il popolo».

Se le reazioni della società sull’argomento possono essere brutali, la giornalista valorizza anche il gran numero di riscontri positivi rispetto al messaggio di mercoledì. Kai Gniffke, caporedattore di ARD, fa sapere che i due terzi delle risposte sono concordi con la visione di Anjia.
«Sono sorpresa- dice a Tagesschau24 intervistata, forse non a caso, da Michail Paweletz- mi fa piacere perché volevo tirare fuori proprio questo tipo di commenti. Pertanto ritengo importante che diciamo: voi siete la minoranza e noi siamo la maggioranza. Ci sono tante persone che fanno molto per i rifugiati e che non sono razziste. E devono avere più voce».
E infine, la politica. Proprio in occasione delle dimostrazioni di Freital, Reschke si aspettava che «almeno il ministero, se non la cancelliera, dicessero “Basta, così non va”».

Si aspettava che parlassero chiaro- Klarsprech-anche loro.

Il pragmatismo

jeb rubio (1)L’ American dream repubblicano, al momento, sembra essere solo uno: pragmatismo. Convincere gli elettori di esserne gli alfieri è il sogno di Jeb Bush e Marco Rubio, i due maggiori sfidanti di Hillary Clinton per le presidenziali americane del 2016.
Anche se Bush ufficializzerà la corsa- forse- il 15 giugno, si profila già tersa all’orizzonte la linea guida della campagna elettorale, comune a quella del rivale Rubio, che ha già svelato le carte della candidatura.

Realismo politico e attitudine da problem solvers.

Sono queste le parole esatte con cui il quotidiano Washington Post ha marco-rubio-at-workelogiato la condotta dell’ispanico (e anche di Scott Walker, altro nome papabile per la White House). L’autrice Jennifer Rubin gli riconosce “un conservatorismo di principio ma anche pragmatico”, grazie al quale può non rinunciare a compromessi o ad accordi bipartisan.
Stessa solfa per la vecchia gloria (si fa per dire) Jeb, rappresentante della famiglia più famosa (o famigerata) d’America insieme ai Clinton, appunto.
Ieri era a Berlino e ha tenuto un’orazione di una trentina di minuti durante la conferenza economica annuale della CDU, il partito della cancelliera Angela Merkel. In cui ha parlato naturalmente German Chancellor Angela Merkel (R) talks former Florida Governor and potential Republican presidential candidate Bush after he addressed the CDU party economic council in Berlindi Hillary ma anche dell’amicizia con la Germania, di Putin e dell’Ucraina.

Il giornale online Politico, in occasione del viaggio tedesco, ha interpellato due consiglieri di Bush: quest’ultimo starebbe cercando di presentarsi come un “pragmatic realist”, un realista pragmatico, “non come un idealista che muove le passioni dell’Europa- nel bene e nel male- come hanno fatto i due presidenti precedenti” (compreso il fratello George W., dunque). La citazione indiretta dei collaboratori viene integrata nello stesso pezzo da un commento di Cameron Munter, ex diplomatico e CEO dell’organizzazione culturale East-West Center di New York:

«Se lui può dare l’impressione di essere sobrio, ragionevole, di capire la Germania- non di essere neoconservatore come suo fratello, né naif come Obama- può essere l’americano giusto (reasonable)»

O l’americano medio. La parola ha un significato controverso, molto utile in situazioni come queste.

In ogni caso, la filosofia del pragmatismo sta dando buoni riscontri: complice la naturale simpatia per la figura emergente anti-establishment, la giovane promessa Rubio tallona nei sondaggi la superfavorita moglie di Bill Clinton.

Ma un presidente, e in modo particolare il presidente degli Stati Uniti d’America, non dovrebbe essere anche un po’ visionario?

Il clima del G7

g7Oggi e domani più di 3mila giornalisti accreditati rincorreranno la dichiarazione del giorno al G7.
Il Gruppo dei leader di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Usa, Giappone, Canada, si riunisce nel castello Elmau a Krün (Baviera). E “non sanno a chi dare il resto”, come recita un detto. Ovvero: i temi di cui discutere sono tanti. E urgenti.

Tra questi campeggia il dibattito sul clima.

In vista della conferenza delle Nazioni Unite di fine 2015 a Parigi, la cancelliera tedesca Angela Merkel prima di partire alla volta del G7 ha confezionato un videomessaggio per sottolineare la necessità di trovare un accordo internazionale e, in particolare, di garantire il fondo di 100 miliardi di dollari previsti. Questo ci fa tornare al 2009, summit di Copenaghen: qui venne promesso che a partire dal 2020 sarebbe stato attivato ogni anno un pacchetto di aiuti ai Paesi più poveri chiamati a fronteggiare il cambiamento climatico.

Ora la cifra annunciata bussa ripetutamente alla porta blindata dello Schloss Elmau con la ferma intenzione di entrare e di mettersi al tavolo insieme ai grandi della Terra. Lo ribadisce Barbara Hendricks, ministro dell’Ambiente del governo Merkel, in un’intervista allo Spiegel, rilasciata alla vigilia del vertice.
L’accordo è l’obiettivo numero uno. Però c’è un “però”: circa la metà dei soldi dovrebbe arrivare da aziende private e non c’è ancora traccia di una conferma.barbi

«Se noi adoperiamo il denaro statale in modo intelligente, non avremo problemi a ricevere anche dei soldi privati. Calcoliamo a questo proposito di aver bisogno di un 40% di risorse pubbliche e che il restante 60% provenga dal settore privato»

Il ministro inoltre parla di una verifica quinquennale della tabella di marcia fissata dai singoli Paesi che sottoscriveranno il contratto a dicembre e che si impegneranno a ridurre le emissioni di CO2. A questo punto i giornalisti Axel Bojanowski e Annett Meiritz chiedono se Usa o Cina si lasceranno sottoporre a questi controlli.

«Io voglio che gli Usa, la Cina e tutti gli altri grossi Paesi emittenti siano parte del nuovo accordo. E questo accordo deve naturalmente anche contenere dei meccanismi che comportino la trasparenza di intenti e la loro applicazione, affinché ogni Paese sappia cosa fa l’altro»

Il clima che si respira al G7 sulle politiche ambientali è temperato. La speranza dei protagonisti è di spazzare via ogni nube all’orizzonte prima dell’appuntamento nella capitale francese (30 novembre-11 dicembre).

I falsi amici

putin-merkelIl presidente russo Vladimir Putin ha nel cassetto una lista nera composta da 89 nomi di politici e militari europei a cui è vietato l’ingresso in Russia. Tra questi, sette provengono dall’ostile Germania: Michael Fuchs, capogruppo CDU in Parlamento, Rebecca Harms e Daniel Cohn-Bendit dei Verdi, il sottosegretario al Ministero della Difesa Katrin Suder, il politico CSU Bernd Posselt, l’ispettore dell’Aeronautica Militare Karl Muellner, il deputato Karl-Georg Wellmann.
I nomi sarebbero arrivati sulle scrivanie di molte ambasciate europee nella giornata di giovedì. Lo ha detto- si legge sul quotidiano tedesco Die Welt– il primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte nella conferenza stampa settimanale di venerdì. La causa della misura è da ricercare nelle sanzioni europee inflitte al Cremlino per la vicenda ucraina. 0

Il primo effetto della lista è stato il caso diplomatico che ha coinvolto il deputato tedesco Karl-Georg Wellmann una settimana fa. L’esponente del partito conservatore della CDU era stato bloccato all’aereoporto di Mosca dopo il suo atterraggio per un paio d’ore. «Alla fine sono stato invitato a recarmi in una sala separata in cui c’erano già tre uomini in divisa- ha raccontato in un’ intervista a Focus– Mi hanno rilasciato un foglio che mi vieta l’ingresso in Russia fino a novembre 2019. E mi hanno detto che avrei dovuto prendere il volo di ritorno immediatamente».
Wellmann è capo del gruppo parlamentare tedesco-ucraino e ha sempre espresso forti critiche sull’operato russo; il giorno nefasto aveva appuntamento, tra gli altri, con Sergej Glasev (consigliere del Presidente) e con esponenti della diplomazia come Konstantin Kosatschow. Il veto, oltre che inaccettabile, viene intepretato come una mossa “nicht besonders klug”, non particolarmente saggia. Questo è l’aggettivo sfoderato sia dal Ministro degli Esteri Steinmeier sia da Wellmann, che aggiunge, sulle pagine online dello Spiegel: «Impedire ogni forma di colloquio non è segno di forza. Resta da sperare che a Mosca abbia la meglio la forza della ragione». Una reazione in armonia con quella dell’intera Unione europea, oscillante tra preoccupazione e incredulità indignata.

Il termine “impresentabile” sembra uno di quei falsi amici che studiavamo a scuola. Vocaboli simili nella struttura, non equivalenti nel significato.
Per cui in Italia ci sono i sedici impresentabili candidati alle Regionali che non rispondono ai criteri del Codice Etico approvato dai partiti e i cui nomi sono stati resi noti da Rosy Bindi (presidente della Commissione parlamentare Antimafia). E poi ci sono quelli che possiamo chiamare così perché non hanno la facoltà di presentarsi fisicamente in un luogo, gli 89 messi all’indice dal Cremlino.

Falsi amici pure loro, secondo Putin.

La sensazione d’essere tutti incollati

Oriana-Fallaci-Rai-Uno-febbraio brandtOriana Fallaci non l’avevo mai letta. Non seriamente. Ho iniziato diversi libri, lasciando in ciascuno un segnalibro prima della metà. Hanno l’aspetto di tante piccole lapidi. Oriana l’ho sempre sentita distante, l’effetto opposto a quello di una calamita. Ma a un certo punto l’ignoranza di un personaggio del genere si trasforma in menomazione e diventa necessario rimediare.

Allora, la parte emotiva, più di quella razionale, aiuta a conoscere l’incognito. In questo caso: tra le opere scelgo Intervista con la storia perché prediligo il genere. E tra le interviste una del 1973 a Willy Brandt, statista della Germania, all’epoca divisa, Paese in cui, negli ultimi anni, ho compiuto passi importanti per me.

Brandt, socialdemocratico, è sindaco di Berlino Ovest dal ’57 al ’66, poi cancelliere della Repubblica federale tedesca dal ’69 al ’74, il padre dell’Ostpolitik (la politica di apertura verso il blocco sovietico) che gli vale il Nobel per la pace nel 1971. In quel faccia a faccia, cordiale e quasi amichevole, i due parlano di molte cose, a cominciare dai dodici anni trascorsi da Brandt in Norvegia, per poi tornare cittadino tedesco nel 1946. Non certo in virtù di una fatalità, è la convinzione della giornalista.

csm_Brandenburger_Tor_1989__bearbeitet_787ab0d102«Eppure è così. Non fu una cosa sentimentale. No. Tornai a Berlino per la semplice ragione che Berlino era interessante. Era il centro della controversia tra Est e Ovest. Era il posto dove trovarsi. Che poi questo abbia accelerato il mio processo di identificazione è un’altra faccenda».

Ma cosa intende per identificazione? Ciò che chiamiamo patria?

«No, non fu la patria a riavermi. Fu il caso di un popolo che, dopo esser passato attraverso la dittatura e la guerra e la rovina, tentava di ricostruirsi una vita basata sulla libertà. Sì, fu questo che mi indusse a tornare tedesco. Fu la fantastica voglia di lavorare che v’era in ciascuno di loro, fu quella capacità di concludere, quella volontà di aiutarsi l’uno con l’altro… Una volontà che abbiamo perduto diventando ricchi… V’era nell’aria come una sensazione d’essere tutti incollati insieme per fare: malgrado la miseria economica. Capisce? Una questione di valori umani e morali più che un fatto nazionalistico. Io, più ci ripenso, più mi convinco che furono quegli anni a Berlino a radicare in me l’idea dell’Europa. Anzi del futuro dell’Europa».

La sensazione di essere tutti incollati, dunque. Di far parte della stessa storia, di identificarsi nella fantastica voglia di lavorare prima che in una patria, di spremersi con tutta la forza di volontà, da soli ma insieme agli altri, di fare le cose più belle, anche se c’è un vento ostinato a schiaffeggiarci a colpi di disillusione.
Una singola intervista fu capace di avvicinare un gigante e il piccolo incomparabile vissuto del lettore comune, come una mano che prorompe dalle pagine e afferra la tua per accompagnarti.

Oriana è già più vicina.

Le alternative

Partiamo da un presupposto: le alternative ci sono sempre.
La differenza, sostanziale, consiste nel fattoObama Iran Nuclear Talks che ce ne sono di migliori e di peggiori, di giuste e di sbagliate. Sembrerebbe uno di quei motti avvolti in cioccolatini o scritti su biglietti di auguri. Invece è il succo del discorso di Barack Obama al Rose Garden della Casa Bianca, dopo l’accordo sul nucleare siglato ieri a Losanna tra Iran e il cosiddetto gruppo 5+1(Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania).

La trattativa prevede, riassumendo: argine al rischio bomba atomica, unico impianto a Natanz per l’arricchimento dell’uranio, revoca dell’embargo iraniano.

Queste sono le linee guida, i pilastri dell’intesa colossale, poi il lavoro di cesello, i dettagli e le rifiniture varie, saranno scolpiti entro il 30 giugno. Ed è proprio con gli occhi puntati a quella data che si spiega un passaggio del discorso del presidente degli Stati Uniti.

«Quando sentite parlare gli oppositori, inevitabili, del trattato, fate loro una semplice domanda: pensate davvero che questo accordo, verificabile, se applicato interamente con il sostegno delle potenze mondiali, sia un’opzione peggiore del rischio di un’altra guerra nel Medio Oriente?»

La risposta arriverà tra circa tre mesi, in modo particolare dal Congresso americano ostile al negoziato (repubblicani ma anche alcuni democratici), a cui sono rivolte l’interrogativa retorica e le preoccupazioni di Mr. President sul decorso delle importanti conquiste diplomatiche raggiunte in Svizzera negli ultimi sette giorni, fino al nulla osta di ieri.

Le alternative sono all’ordine del giorno e occorre farci i conti. Vale in generale, nella vita, ma Barack si accontenta che il principio sia applicato nella firma, a giugno, di un «accordo storico» (così lo ha definito), che diventerà il simbolo, insieme a Cuba, della sua politica estera.

O forse della sua intera presidenza.