Senza filtro: Joachim, das ist verboten!

GauckLa Germania è conosciuta anche per il suo piglio imperioso. L’ultimo veto, però, supera ogni forma di previsione. Stando al Bild, il tabloid tedesco per eccellenza, ripreso poi dall’italiano Il Giornale, l’altolà riguarderebbe niente meno che Joachim Gauck.

Il Bild prospetta l’ipotesi di «una museruola» confezionata appositamente per il presidente della Repubblica federale tedesca. Pare infatti che il 74enne «non sarebbe completamente libero nelle sue dichiarazioni», nell’ambito della politica estera, tanto da dover passare per una «controfirma dei discorsi da parte del governo» ovvero del Bundesregierung. Il provvedimento sarebbe contenuto in un dossier che circola in Parlamento dal 9 ottobre scorso.

Dal 2012, cioè da quando è subentrato al dimissionario Christian Wulff, il capo dello Stato, ex attivista per i diritti umani ai tempi della DDR, ha effettivamente sfornato qualche uscita che ha fatto vibrare le corde dell’opinione pubblica nazionale. Una delle più contestate è balzata fuori lo scorso gennaio durante la cinquantesima Conferenza di sicurezza a Monaco, dove il nostro dichiara: «La Germania non sosterrà mai semplicemente le soluzioni militari, agirà politicamente in modo ragionevole e sfrutterà tutte le opportunità diplomatiche. Ma quando è in discussione il caso più estremo- l’impiego del Bundeswehr (forze armate federali)- allora vale questa linea: la Germania non può dire né per principio “no” né in modo istintivo “sì”». L’affermazione si guadagna l’ostilità di tutti i partiti, data la natura particolarmente delicata del tema “guerra-Germania“.

L’esempio è sempre la prova più convincente di una tesi. «Le parole sono importanti!», professa il mantra di Nanni Moretti. Soprattutto in politica, figuriamoci quando la politica parla di se stessa. Joachim Gauck e la sua museruola lo confermano, con un retrogusto di paradosso che rende l’aneddoto ancora più gustoso.

Rosetta e Pizzighettone

Spesso accade che ricomporre le parti di un tutto sia un’operazione spontanea. Accade di avere una lettura e una notizia, due piccoli particolari dell’una e dell’altra si attirano quasi sotto la forza di una calamita, fino a unirsi e a costruire un’associazione.
La teoria è dimostrabile: da un articolo di Walter Tobagi del 3 febbraio 1978, intitolato La crisi di governo vista da Pizzighettone, e dallo sbarco del lander Philae sulla cometa 67/P Churyumov – Gerasimenko.
tobagi

Mercoledì Philae si è separato dalla sonda Rosetta ed è «atterrato o meglio “accometato”» sul corpo celeste. E con lui è sbarcato questo nuovo verbo, sul terreno magmatico della lingua italiana. Alcune testate lo citano tra virgolette, mosse da prudenza mista a timidezza, altre lo utilizzano dandone per certa la cittadinanza, altre ancora lo personalizzano come riflessivo. La nostra lingua da un po’ di tempo a questa parte ha la smania di deporre innumerevoli bandierine ogni giorno sul proprio suolo, ciascuna messa lì a indicare un concetto singolo, puntuale, inconfondibile. Principio in base al quale anche “atterrare” non è abbastanza preciso, mirato, nel denotare la stessa identica azione quando il luogo di destinazione è una cometa.

Accanto alla dinamicità esasperata di una parte dell’italiano dei nostri tempi c’è però il linguaggio incastonato nelle pagine su Pizzighettone, correva l’anno 1978. Piccolo comune della provincia di Cremona scelto dal giornalista Walter Tobagi per raccontare la crisi di governo, attraverso le dichiarazioni della gente comune. Scorrendo il contenuto sembra di essere rimasti fermi nel tempo. «Mangiano mangiano; e quando li scoprono, entrano da una porta ed escono dall’altra»,
«sono tutte barzellettecometa», «il seggiolone fa comodo a chi ce l’ha», queste alcune delle opinioni riportate.

Intervengono poi i pensionati della Sicrem: «Sarebbe meglio che finisse peggio: tutti a San Vittore, e si formasse un governo giusto, con gli uomini giusti, non importa il colore (…) I referendum è giusto farli. Perché i partiti devono essere sovvenzionati? Le elezioni? Sono spese senza risultati». E poi un operaio, sempre della Sicrem: «Speriamo che finisca alla svelta, son stufo di pagar tasse». «Irresponsabili» tuona un’impiegata del Credito commerciale, seguita da una professoressa di un istituto tecnico «Penso che fra loro, a Roma, ci siano accordi particolari, anche se al pubblico fanno credere di litigare». Un piccolo imprenditore che produce pigiami, con quindici dipendenti, aggiunge: «così siamo sempre nella giusta causa, posso assumere e licenziare quando voglio. Io non ho mai licenziato nessuno, alle operaie do anche un po’ più della paga ma non voglio i sindacati che rompono le scatole. Mio fratello, me lo hanno fatto impazzire, manifestini, insulti, scritte sui muri. Altro che lavoro nero!». Un mungitore di 35 anni sentenzia: «Mazzài tuti i pulitic. Promesse, promesse. Anche i sindacati tengono più agli industriali che agli operai». E si potrebbe continuare.

In questo linguaggio, ora come allora, il dizionario è pressoché invariato, le diatribe si innestano sugli stessi temi, il tono conserva una severità implacabile. La lingua usata dai cittadini verso la classe politica si oppone, nella sua ieratica stabilità, alla nevrosi degli “accometare” e dei neologismi similari. Di questo dato bisognerebbe capirne le radici, e le ragioni. Chiedendolo magari agli abitanti di Pizzighettone, trentasei anni dopo.

L’apertura di Bagnasco

Il cavallo di Troia di Angelo Bagnasco merita un’osservazione, non per la sostanza, piuttosto per la forma. Il filo si riavvolge fino a ieri. Queste le parole del presidente della Cei al primo giorno dell’assemblea generale dei vescovi ad Assisi, che durerà fino a giovedì: matrimoni gay come «distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di Troia di classica memoria».
Che la Chiesa sia divisa e che una parte sia totalmente contraria alle posizioni di apertura di Papa Bergoglio è una certezza, non una sorpresa. L’uso delle parole un po’ sì, a giudicare dalla ripresa quasi uniforme da parte dei giornali dell’espressione in questione. Non è un caso e il fatto può implicare due cose essenzialmente: la frase colpisce e magari è il caso di chiedersi perché.
Una possibile interpretazione è che per una materia così delicata e difficile da maneggiare il linguaggio monocorde istituzionale non avrebbe aiutato a spostare la luce sulla tesi conservatrice, meno seducente dell’alternativa rivoluzionaria a cui si oppone. «Cavallo di Troia» è un’immagine non scontata, adatta a sintetizzare con efficacia pensieri altrimenti pesanti o già attesi, in grado di indurre il destinatario a riempirla di significato, ad andare a vedere chi o cosa si nasconde effettivamente nel manipolo in agguato dentro la pancia della bestia, come insegna l’episodio epico all’origine.
Aurelio Mancuso, fondatore e presidente di Equality, rete trasversale sui diritti civili, reagisce così all’intransigenza del capo della Cei: «È ora che anche i cattolici italiani usino un vocabolario nuovo». Parlando di lessico in senso stretto sembra che il cardinale intenda aprire alla lezione francescana contemporanea, almeno in questo: anche la comunicazione vuole la sua parte.

Heroes, (not) just for one day

Scrivere di Berlino dall’Italia, nel giorno del 25simo anniversario della caduta del Muro, ha tutta l’aria di essere una beffa. Fino a un mese fa ero lì, oggi l’unico punto di vista è in mano all’immaginazione, intersezione del ricordo e dell’esperienza personale.
Un giorno venni a sapere che un pezzo di storia ce l’avevo sotto l’ufficio, pezzi di Muro nella fattispecie, e mi venne detto durante una pausa caffè, in mezzo a una miriade di argomenti disparati, con tutta la naturalezza di questo mondo. Quell’annuncio prese posto nella memoria con la veste di una metafora: la città di Berlino e l’eredità simbolica del suo Mauer come una bottiglia di vetro che si infrange a terra, di cui verrà trovato sempre e comunque, anche dopo tanto tempo senza sorpresa, un frammentino disperso nell’angolo più remoto della casa in cui si vive ogni giorno.
La barriera che separava l’Est dall’Ovest, abbattuta il 9 novembre 1989, non esiste più ma i suoi resti, tanto fisici quanto, soprattutto, morali, sono sotto la pelle della città e pronti a produrre anche punte di dolore.
La cancelliera Angela Merkel ha pronunciato queste parole oggi nel suo discorso ufficiale per le celebrazioni: «Noi abbiamo la forza di volgere le cose al bene: questo è il messaggio del Muro di Berlino. Il muro ha dimostrato che i sogni possono diventare realtà e noi vogliamo condividere questo messaggio con i nostri partner nel mondo».
Parole che si sommano a quelle di ieri sera, alla Neue Nationalgalerie: «Questa città ha scritto la storia. La spinta dell’umanità alla libertà non si lascia soffocare a lungo. Serve coraggio per combattere per la libertà, e serve coraggio per usare la libertà».
Stasera la riunificazione- die Wende, in tedesco- verrà celebrata, tra le altre cose, anche da Peter Gabriel, sulle note di “Heroes”, e dal volo di 8mila palloncini installati sul tracciato divisorio, ribattezzato “muro di luci” (Lichtgrenze).
La famosa canzone incisa nel 1977 da David Bowie racconta i segreti incontri di due amanti a ridosso del Muro, dove aveva sede la sua sala di registrazione; le virgolette sono parte integrante del titolo e vogliono ridimensionare il termine altisonante, così è stata interpretata la scelta. E allora forse è il caso di estendere l’uso di quel nome con quelle virgolette per descrivere in qualche modo il ruolo dei berlinesi, che non si limita all’evento del 9 novembre di 25 anni fa, che continua ancora adesso nella ricomposizione concreta del presente: in una convivenza quotidiana e dialettica con il passato, con ciò che c’è dietro le spalle, con le fratture non ricomposte, con le divisioni mai sanate.
Quando tra poco il muro di luci spiccherà il volo in cielo, la Storia riprenderà il suo posto abituale nella vita ordinaria e terrena della Hauptstadt, della capitale. Domani è un altro giorno.

Il nuovo iscritto del Pd di Renzi

Sembra proprio che il Pd abbia due nuovi iscritti. Uno è di Genova e si chiama Davide Serra, l’altro è di Buonconvento (provincia di Siena) e si chiama Gino Armini. L’uno ha 43 anni e ha richiesto la tessera al Pd di Londra, l’altro ne ha 100 (sì, cento) e l’ha appena ottenuta.
Entrambi sono fan di Matteo Renzi.
Armini è militante di sinistra consolidato e nonno di Jacopo, ex-sindaco Pd di Monteroni d’Arbia. «Anche queste sono soddisfazioni, ho sempre creduto alla politica come servizio per gli altri e avere trasmesso questi ideali mi fa davvero felice» racconta a Italia Oggi «Ho sempre professato idee di sinistra ma non avevo mai preso la tessera (…) Meglio ragionare con la propria testa, se faccio il bilancio della mia vita e sono soddisfatto è perché ho vissuto perseguendo gli ideali di libertà e solidarietà e combattendo contro ogni totalitarismo e ogni violenza: non è in questo modo che si è di sinistra?». Infine sottolinea la personale speranza riposta nell’ accoppiata Renzi-Napolitano: «voglio vivere e vedere che il mio Paese ce la fa».
Serra, comprimario della Leopolda, rilascia un’intervista a Enrico Franceschini su la Repubblica, spiegando le ragioni del suo impegno a fianco del premier: «Non cerco incarichi, amo il mio mestiere. Ma i miei nonni hanno combattuto per la libertà dell’Italia e voglio che un giorno i miei figli e nipoti possano dire che in un momento difficile per l’Italia ho dato nel mio piccolo una mano». Alla domanda se si definisce di sinistra il fondatore e ceo di Algebris Investments risponde: «Ho sempre votato per il centro-sinistra. Sono per la libera concorrenza di mercato, la giustizia civile e l’unità sociale, l’economia deve crescere per tutti». Anche lui crede che l’Italia ce la farà: «Sono stato pessimista in passato. Per la prima volta ho fiducia nel cambiamento».
Nel fare l’analisi filologica delle due professioni di iscrizione al Pd gli elementi comuni sono riconoscibili, in modo piuttosto lampante: riferimento familiare, dichiarazione di voto, fiducia nel futuro.
Dna renziano o rituale di iniziazione?

Il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto

Non c’è bisogno di ripeterlo un’altra volta. Il concetto è chiaro: Barack non l’ha sfangata. Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti hanno decretato l’affermazione della maggioranza del partito repubblicano tanto alla Camera quanto al Senato. Tuttavia, come accade in quasi ogni situazione, il bicchiere appare allo stesso tempo, a due diversi occhi, ora mezzo pieno ora mezzo vuoto. Nel caso specifico, il modello viene riproposto oggi da due corrispondenti di casa nostra. Paolo Mastrolilli de La Stampa dà per possibile il percorso in ascesa del Great old party da qui alle elezioni presidenziali:
«Ora tutto torna in gioco, in vista delle presidenziali del 2016. La coalizione di Barack è crollata e i repubblicani hanno un percorso praticabile da seguire per tornare alla Casa Bianca, se si considerano anche le vittorie in Florida e in Wisconsin per la poltrona di governatore. Scott Walker, che ha trionfato in questo stato blu, potrebbe presto emergere come un forte candidato presidenziale, oltre ai nomi già noti e citati come quelli di Jeb Bush, Rand Paul, Marco Rubio, e Chris Cristie. L’establishment poi si è preso la rivincita sul Tea Party, dimostrando che i candidati moderati vanno più lontano. Ora però dovrà smettere di dire solo no ad Obama e fare ostruzionismo, come ha fatto finora il nuovo leader del Senato Mitch McConnell, se non vuole pagare la paralisi fra due anni».
Federico Rampini, dalle pagine di Repubblica, avverte che «il pericolo più insidioso per i repubblicani è di sopravvalutare questo test elettorale» e aggiunge:
«La vera battaglia per l’egemonia dentro il partito repubblicano comincia ora, e forse deve prescindere dal risultato elettorale. Questa destra ha gestito le elezioni di midterm senza un leader e senza una piattaforma chiara (…) La vera chance per i repubblicani è Ronald Reagan. Per ritrovare la capacità di vincere la Casa Bianca, occorre studiare quello che fu l’ultimo leader della destra. Più pragmatico di quanto lo si ricordi, capace di aumentare spesa pubblica e tasse quando necessario. Meno falco in politica estera della sua iconografia: ritirò i marines da Beirut dopo una strage. I candidati per riportare in quell’alveo il partito repubblicano non mancano, da Jeb Bush a Chris Christie. Fondamentale è stabilire un dialogo con le minoranze etniche. Ma contro questi candidati moderati la minaccia peggiore può venire proprio dai loro compagni di partito di Congresso. Se nei prossimi due anni il Congresso saprà solo dire di no alle iniziative di Obama, farà ostruzionismo fino alla paralisi, la rimonta democratica ha buone possibilità di successo».
Nel bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia, il contenuto ad ogni modo è limpido e cristallino: i democratici hanno perso senza se e senza ma, e il loro leader deve ripensare quanto prima una risposta politica, per il presente e dunque per il 2016.

L’eclisse

Oggi, nel 1931, nasceva a Roma Monica Vitti. L’età delle signore non si rivela, impone l’etichetta. Quindi i conti si fanno in separata sede. Tanto, a essere sinceri, il compleanno, seppur importante, è solo un pretesto per dedicarsi a una donna che il cinema italiano ha saputo conquistarsi e a cui ha dovuto rinunciare da quando si è ritirata dalle scene a vita privata.
L’Eclisse, un film di Antonioni del ’62 in cui recita nella parte di Vittoria, potrebbe essere la metafora con cui descrivere le conseguenze della sua assenza. Un’eclissi lunare parziale, volendo riferirsi con precisione alle categorie scientifiche. Parziale perché crea un buio che però non riesce a nasconderci la luminosità della sua esperienza artistica. Di lunare poi Monica ha un po’ tutto: quella voce, differente dalla nostra, così friabile che sembra sgretolarsi. Il suo stile: come la luna, brillante e accattivante, ineffabile e distante.
In un’intervista di alcuni anni fa racconta gli inizi, nei dintorni dell’accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico: «Io studiavo lì vicino e passando guardavo questa villa circondata da un cancello di ferro e dentro dei ragazzi che strillavano, piangevano, ridevano, si buttavano per terra. Sembravano dei matti però sembravano dei matti felici. Allora ho pensato: pensa che bello stare lì dentro, non essere matta ed essere libera di fare tutte queste cose, di vivere così al di dentro di quel cancello e al di fuori della vita».
Al di dentro e al di fuori: vicina con il suo raggio, lontana con la sua ironia. Il destino lunare era già segnato. E il riverbero giunge sempre intatto.
Tanti auguri, Monica.

Professione lettore

Il debutto di questo blog giunge alla fine di una settimana piuttosto curiosa, per non dire bizzarra. In ogni caso rappresentativa. Da una parte c’è il ministro della cultura francese, Fleur Pellerin, che in un’intervista a Canal Plus confessa: «Ammetto senza alcun problema che non ho tempo di leggere da due anni. Leggo molte note di lavoro, lanci d’agenzia e testi di legge. Ma non leggo molto altro».
Dall’altra parte, in Italia, c’è Libriamoci, un’iniziativa organizzata dal Mibact insieme al Miur. Le scuole dedicano tre mattinate intere, dal 29 al 31 ottobre, alla lettura di libri, a voce alta, con la partecipazione di artisti, scrittori, giornalisti noti. Il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini ne spiega lo scopo: «In un mondo che va sempre più veloce questa è la chiave per far capire ai giovani il valore della lettura, che non può diventare veloce, non può essere multitasking, ma consente di usare per se stessi la risorsa in assoluto più limitata: il tempo».
Le parole e di conseguenza le posizioni dei due colleghi, Pellerin e Franceschini, sembrano ad una prima occhiata antitetiche. Eppure c’è qualcosa di sostanziale, alla base, che li rende incredibilmente prossimi. L’insistenza sul tempo, connesso alla lettura. La convinzione che, per leggere, una giornata ordinaria non sia adatta né sufficiente, zeppa com’è di incombenze, distrazioni, angustie, rendendo necessaria la soluzione di sospendere il ruolo quotidiano, sia esso di politico o di studente, per consacrarsi totalmente ad un altro mestiere.
Quello del lettore.
Una filosofia del genere sembra figlia dei nostri tempi, dove ciascuno si sceglie una vocazione, si trincera nella propria specializzazione, e di lì non si schioda. Passando poi dal generale al particolare c’è da dire che la notizia si incrocia con la prima pubblicazione del blog qui presente, che prenderà in considerazione le dichiarazioni comparse sulla stampa, comprese, come d’uso, tra virgolette basse o caporali. La coincidenza per cui questo spazio editoriale sia inaugurato proprio mentre la lettura viene proclamata scopertamente professione a pieno titolo conferisce al tutto il sapore di una sfida.