Tag: Discorso di fine anno

Il caminetto

“Il discorso del caminetto” è la formula con cui la Repubblica anticipava in sintesi lo spirito del messaggio, il primo di fine anno, del capo dello Stato Sergio Mattarella (eletto il 31 gennaio 2015).

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Uno sguardo emblematico dello stato d’animo (foto: Ansa)

Il rimando è all’accezione, diremmo, positiva del termine: le conversazioni del caminetto (fireside chats), inaugurate dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. Ovvero trasmissioni radiofoniche di grande successo in cui si rivolgeva direttamente agli americani per spiegare, in quel caso, l’azione di governo. Un rapporto familiare e informale con i cittadini. Praticamente il contrario del secondo significato assunto dalla parola in italiano: la politica del caminetto indica le riunioni ristrette e segrete di pochi in cui si prendono decisioni di peso, al riparo dalla trasparenza e dal pluralismo.

«Questa sera non ripeterò le considerazioni che ho fatto, giorni fa, incontrando gli ambasciatori degli altri Paesi in Italia sulla politica internazionale, e neppure quelle svolte con i rappresentanti delle nostre istituzioni. Stasera vorrei dedicare questi minuti con voi alle principali difficoltà e alle principali speranze della vita di ogni giorno.»

Un esordio programmatico quello di Mattarella, dopo aver messo in soffitta la poderosa scrivania di legno, quasi costituisse un muro frapposto tra il suo monito e il pubblico in ascolto, infrangendo le previsioni delle settimane addietro. Ha optato per le stanze dell’appartamento privato al Quirinale. Intorno: una stella di Natale, il presepe sotto la campana, alcuni foglietti in mano tirati in ballo come canovaccio o come scenografia. E poi una poltrona, elegante ma non troppo pomposa.

Il discorso senza scrivania è una novità del 2015. E forse dei futuri discorsi di fine anno firmati Mattarella.

Davanti al caminetto. Quello di rooseveltiana memoria, s’intende.

 

Merkel: Europa, abbiamo un problema. Con Pegida

merkelI messaggi di fine anno dei capi politici hanno due destinatari essenziali: i cittadini e gli interlocutori delle istituzioni, non solo a livello nazionale.

La cancelliera Angela Merkel ha pronunciato il suo Neujahrsansprache, il discorso di inizio anno, decidendo di dedicare una parte rilevante a Pegida, acronimo di Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (“patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”). Sono loro i protagonisti del movimento antislamico e anti immigrazione irregolare, nato a Dresda su iniziativa di Lutz Bachmann e diffusosi in molte città della Germania, con un appuntamento di marcia fisso al lunedì. La condanna, nella trama, risulta incastonata tra la menzione dell’Isis e il ricordo gioioso del 25esimo anniversario della caduta del Muro. Una posizione ragionata, accompagnata dalla complicità della regia: nel momento in cui la Bundeskanzlerin passa alla sezione in questione, la telecamera si stringe sul suo volto, implacabilmente severo, al contempo addolcito da un’espressione paternalistica. E le parole iniziano a scorrere:

«Una conseguenza di queste guerre e di queste crisi è che nel mondo ci sono così tanti fuggitivi come non succedeva dalla seconda guerra mondiale. Molti sono letteralmente scampati alla morte. È ovvio che noi li aiutiamo e accogliamo gli uomini che cercano rifugio da noi. Di recente qualcuno mi ha raccontato di un membro della comunità curda, che ora è tedesco. Che molti anni fa egli è scappato dall’Iraq, in condizioni difficili e mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Ha detto che per lui la cosa più importante in Germania è che i suoi bambini sono potuti crescere qui senza conoscere la paura. Questo è forse il più grande complimento che si possa fare alla nostra terra, che i figli dei perseguitati qui possono diventare grandi senza paura. E questa era anche una delle ragioni delle molte persone che 25 anni fa nella DDR ogni lunedì andavano in strada. Centinaia di migliaia hanno dimostrato nel 1989, in favore della democrazia e della libertà e contro una dittatura che lasciava crescere i bambini nella paura. Oggi alcuni invocano nuovamente ogni lunedì “Noi siamo il popolo” ma nei fatti intendono: voi non ne fate parte a causa del colore della vostra pelle o della vostra religione. Per questo dico a tutti coloro che vanno a queste manifestazioni: non seguite quelli che vi invitano a partecipare perché troppo spesso si annidano nei loro cuori pregiudizi, freddezza, persino odio».

Un movimento, dunque, animato da odio, manipolatore del motto «Wir sind das Volk», che identificava la rivoluzione di pace nella DDR nel 1989. Merkel  è consapevole che il suo discorso, come per ogni leader di Stato potente, sarà oggetto di attenzione e riflessione critica oltre i confini nazionali. Inserire Pegida nella tradizionale rievocazione dei fatti più importanti dell’anno ha lo scopo di far drizzare le orecchie al concerto europeo: è giunta l’ora che tutti si soffermino sul fenomeno, per affrontare e combattere il problema insieme alla Germania. Le paure della cancelliera, d’altronde, sono supportate dai dati. Secondo il sondaggio effettuato da Forsa per la rivista Stern il 29% dei tedeschi pensa che l’influenza dell’Islam giustifichi le proteste, riporta Tonia Mastrobuoni oggi su La Stampa. E non solo: un tedesco su otto si dichiara disponibile a unirsi alla manifestazioni se i cortei si tenessero vicino alla sua città di residenza.

Merkel chiama, vedremo se l’Europa risponderà.

I ragazzi del Muretto

«Che il 2015 sia un anno fecondo di risultati positivi per il nostro Paese, le nostre famiglie, i nostri ragazzi»: Giorgio Napolitano sceglie queste parole per chiudere il suo ultimo discorso di fine anno da presidente della Repubblica.

3bc9368c3dc37abfed3c6b9a342d3087-700-U101753536560iE--258x258@IlSole24Ore-WebLe parole, appunto, vengono scelte, non hanno vita autonoma. Questo blog crede profondamente nel principio, tanto da essere nato per difenderlo. E quindi anche Napolitano, dopo nove anni di incarico, vicino alle dimissioni, ha compiuto la sua scelta verbale: concedere lo spazio più vibrante di un’orazione, quale è appunto la chiusa, alla categoria più bistrattata. La nostra, composta da giovani ragazze e ragazzi.

Come ogni buona “composizione ad anello” che si rispetti, l’argomento era già stato trattato nell’esordio: «il dilagare della disoccupazione giovanile e della perdita di posti di lavoro» è «la questione chiave», dice il capo dello Stato. E aggiunge: «Tutte le misure pubbliche messe in atto in Italia negli ultimi anni stentano a produrre effetti decisivi che allevino il peso delle ristrettezze e delle nuove povertà per un così gran numero di famiglie e si traducano in prospettive di occupazione per masse di giovani tenuti fuori o ai margini del mercato del lavoro».

Nella struttura di un messaggio, all’analisi di una tesi problematica subentra subito dopo una specie di zampata, l’indicazione a cercare uno spiraglio preciso nel buio del disagio. «Da ciascuno di voi può venire un impulso importante per il rilancio e un nuovo futuro dell’Italia» suona l’esortazione dal Quirinale «Lo dimostrano quei giovani che non restano inerti dopo aver completato il loro ciclo di studi nella condizione ingrata di senza lavoro ma prendono iniziative, si associano in piccoli gruppi professionali per fare innovazione, per creare, per aprirsi una strada».

La chiusura dell’anno, si sa, trascina con sé anche la scelta, ancora una volta, dellaCresce la disoccupazione giovanile parola più emblematica. Per il 2014 è stata sicuramente “Muro”, da Berlino a Cuba alle posizioni di Bergoglio, passando per altri esempi, fino a quello ritrovato simbolicamente nelle dichiarazioni di ieri sera: il muro del lavoro, della precarietà e della disoccupazione. La sua mole però non deve atterrire né portare allo sgomento, la battaglia non è temibile, incoraggia Napolitano rivolgendosi ai «nostri ragazzi». Fermo restando che la picconata ferma e cruciale deve venire dalle «misure pubbliche» dagli «effetti decisivi», la pietra ostinata già può iniziare a cedere se incontra la punta acuta dell’ingegno, della caparbietà, dello spirito di sacrificio, che rifiuta l’inganno della rassegnazione delegante.

Tanto abbiamo fatto già in questo senso, noi ragazze e ragazzi. Con le nostre forze contro il nostro Muro. O Muretto, volendo applicare il messaggio propositivo di Napolitano, come si conviene all’inizio di un nuovo anno.