Come nasce (e come cresce) un intergruppo parlamentare

«Non c’è nulla di obbligatorio».

È questa la risposta più ricorrente alla domanda “come funziona un intergruppo parlamentare?”. È la replica di chi ne fa parte, di chi ha scelto di iscriversi e di chi ha deciso di fondarne uno: «Avevo chiesto dei riferimenti ma non esistono, sostanzialmente».
Gli intergruppi parlamentari sono delle libere associazioni tra deputati e senatori, non riconosciute, ovvero non disciplinate da un regolamento. Non esiste un registro ufficiale né un protocollo con l’elenco di tutti gli intergruppi attivi, come confermano sia l’Ufficio degli affari generali di Camera e Senato sia le Segreterie particolari dei rispettivi presidenti, Laura Boldrini e Pietro Grasso. È buona norma tuttavia che i fondatori del nuovo intergruppo li informino, tramite comunicazione telematica o scritta. Trattasi della cosiddetta “cortesia istituzionale”, perché in fondo l’e-mail di notifica dovrebbe arrivare a entrambi, essendo parlamentari. E talvolta accade che il presidente stesso, in questo caso Boldrini, si faccia promotrice dell’iniziativa di creare a ottobre 2015 un intergruppo sulle questioni di genere.

L’inizio: un’e-mail a deputati e senatori, una comunicazione alla Presidenza

Veniamo dunque all’inizio vero e proprio. Come nasce un intergruppo? Per motivi pratici quasi sempre tramite e-mail: l’ideatore scrive ai colleghi che via via rispondono per confermare la propria adesione. Capita però anche che l’annuncio sia dato in modo più informale in Aula, tra i banchi, tramite passaparola, soprattutto all’inizio della legislatura quando «gli intergruppi fioccano». Avere una lista completa di quelli attivi è impossibile, anche se si volesse ricostruirla via e-mail. Perché, riferiscono deputati e senatori, a loro di e-mail ne arrivano tante, quindi molte vengono cancellate nel momento in cui non sono giudicate interessanti. Già, perché il primo requisito per decidere di partecipare a un intergruppo è che la materia trattata sia ritenuta interessante, affine alla sensibilità o al trascorso del politico.

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L’intergruppo viene costituito per dedicarsi a una causa specifica, che sta a cuore ai singoli aderenti, spesso di partiti diversi, con provenienze politiche trasversali. «Ci sono parlamentari di maggioranza che non riescono a essere iperattivi, sono in tanti. La vedono come un’occasione per darsi da fare», confessa un’esponente di opposizione. Facendo i conti, maggioranza e opposizione sono rappresentate in modo più o meno proporzionale, considerando comunque che la maggioranza, per definizione, ha più numeri. In molti casi la finalità è legislativa: modifica al quadro normativo e regolamentare, proposta di misure condivise all’esterno, mozioni, interrogazioni, ordini del giorno, accelerazione di atti fermi in Parlamento, influenza sull’indirizzo governativo. Altri intergruppi invece hanno un intento sociale piuttosto che politico, sono più slegati dal Parlamento, costruiscono principalmente iniziative, convegni o campagne, con la collaborazione di soggetti esterni.

Non c’è uniformità neppure dal punto di vista della comunicazione. Alcuni annunciano la loro formazione sul sito istituzionale, altri creano una propria piattaforma, soprattutto le realtà più grandi, in cui lavorano più persone, come l’intergruppo per l’innovazione tecnologica o quello per la cannabis legale, due dei pochi a pubblicare anche i nomi di tutti i componenti. Per l’organizzazione è responsabile di solito il parlamentare fondatore, ma non è raro che se ne occupi anche la “società civile”, le associazioni o i cittadini coinvolti nel sostenere la causa. Lo spiega Beatrice Brignone, deputata del gruppo parlamentare Alternativa libera- Possibile e una delle maggiori fautrici dell’intergruppo per l’eutanasia e il testamento biologico. Conta 123 membri secondo il dato aggiornato a fine settembre, è stato co-promosso dall’Associazione Luca Coscioni, che ne ha comunicato la costituzione e che spesso organizza e trasmette l’assemblea in streaming su Radio Radicale.

Due tipologie di intergruppi e la loro attività in Parlamento

Come ha scritto Openpolis, gli intergruppi per comodità possono essere distinti in due famiglie: quelli che affrontano questioni di grande respiro e quelli che guardano a interessi più particolari. Prendiamo qui due esempi: da una parte il già citato intergruppo per l’eutanasia e il testamento biologico, attivo da settembre 2015, dall’altra quello delle piccole botteghe artigiane, nato a fine luglio.

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La differenza principale, nel caso specifico e in questo momento specifico, riguarda il tipo di attività istituzionale. Singoli esponenti del primo intergruppo, costituito proprio con il fine di calendarizzare la legge sul fine vita, hanno presentato alcuni disegni di legge attualmente all’esame della Commissione, in materia di eutanasia e testamento biologico. Il lavoro del secondo intergruppo è ancora in una «fase propedeutica di sensazioni», dice il co-fondatore Mino Taricco, deputato Pd e vicepresidente della Commissione parlamentare per la semplificazione. L’intenzione è di andare ad agire a lungo termine sulle questioni della sicurezza sul lavoro, sulle norme ambientali, sui temi fiscali. Non è stato ancora discusso nulla, spiega, ma continua il confronto con Confartigianato, Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa), mondo delle botteghe artigianali e artistiche che l’hanno contattato in questi anni e che hanno dato impulso all’iniziativa, a cui hanno aderito una cinquantina di parlamentari.

Numeri e proposte di legge a parte, l’organizzazione della tabella di marcia dei vari intergruppi (di entrambe le tipologie) non è dissimile. Il gruppo di lavoro iniziale di solito si restringe perché non tutti hanno modo di seguire la materia allo stesso modo e di conseguenza sono scelti dei referenti, talvolta divisi per Camera e Senato. I contatti avvengono soprattutto via email, chat e WhatsApp, le riunioni si svolgono all’interno delle sale del Parlamento, accogliendo anche gli ospiti esterni accreditati, oppure all’occorrenza nei luoghi vicini (caffè, alberghi, bar). I tempi variano: in media una, massimo due volte al mese, una decina di volte l’anno, tenendo conto dei lavori di Camera e Senato, della presidenza della Commissione di merito o della data di calendarizzazione della legge. In tal caso le riunioni si infittiscono. Anche i temi variano: dal punto della situazione e dal dibattito generico fino alla discussione del testo base di una legge o dei tempi previsti per un’audizione.
Infine, bisogna distinguere caso per caso. Ci sono intergruppi piccoli e meno piccoli, noti e meno noti, giovani e meno giovani. Come gli “amici della montagna”, uno dei più longevi.

Giusto o sbagliato non regolamentare?

La foto qui sotto risale al 2014 ed era stata pubblicata dalla testata Eunews, venuta in possesso in anteprima della lista dei 28 intergruppi del Parlamento europeo, dove l’istituto è normato.

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Ma i diretti interessati pensano che sia giusto seguire le orme di Bruxelles? Una parte dei rappresentanti del nostro Parlamento oppone una serie di ragioni davanti ai vantaggi di non trasformare gli intergruppi in organi costituzionali: «l’assenza di vincoli aiuta il dialogo tra i partiti», «permette di rompere gli steccati, siamo già tutti schedati qui», «garantisce la libera iniziativa», «è funzionale a risolvere i problemi», «non essendoci regolamenti, occorre avere una forte motivazione», «se fosse considerata attività istituzionale sarebbe difficile da incastrare», «la forza sta nello spiegare ai colleghi di partito la bontà del progetto».
Giusto o sbagliato, gli intergruppi parlamentari continueranno a nascere.

E a crescere.

Marta Latini

La qualità non basta ma è il primo requisito

La libertà è partecipazione. Lo cantava Gaber, ma il concetto si può applicare anche al giornalismo su Internet. Tu, lettore, vuoi leggere quello che scrivo e diffondo sulla democratica Rete, devi contribuire in qualche modo. Il concetto sembra essere arrivato sino in Germania. Dove, dal 27 giugno, il colosso mondiale Der Spiegel ha lanciato il progetto Spiegel Plus, una forma di pagamento dei contenuti editoriali esteso anche al sito. I pezzi “in offerta” sono scelti sia dal settimanale cartaceo sia dallo Spiegel Online. Consultando il vademecum dell’iniziativa, si apprende che a disposizione c’è una rosa di articoli, ognuno al costo di 39 centesimi. Si può pagare dopo aver raggiunto la somma di 5 euro oppure siglare una sorta di abbonamento settimanale. Primi passi nell’intricato mondo del paywall. Di questa sfida avevo parlato con il direttore Klaus Brinkbäumer in un’intervista pubblicata il 9 aprile su Piazza Digitale, blog del Corriere della Sera.

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Klaus Brinkbäumer, Chefredakteur dello Spiegel Online

“Kostenloser Journalismus hat seinen Preis”, Il giornalismo gratuito ha il suo prezzo: il motto spunta cliccando sugli articoli del quotidiano tedesco Die Tageszeitung. È uno dei principali giornali nazionali ad aver adottato il paywall, il pagamento dei contenuti online, che in Germania viene applicato in diverse forme. Il sito della Bdzv (Bundesverbands Deutscher Zeitungsverleger), associazione federale degli editori, ha creato una pagina apposita alla voce paid content, con l’elenco delle testate e la rispettiva formula. Taz (Die Tageszeitung è abbreviata così) si basa sull’offerta volontaria del lettore, mentre Die Welt e Süddeutsche Zeitung hanno scelto il cosiddetto metered paywall, una modalità parziale che permette di avere accesso a un tot di pezzi gratuiti prima di passare al pagamento. L’opzione Freemium, introdotta da Bild e Handelsblatt, risponde a una strategia diversa: secondo il giornale alcuni contributi hanno un valore così esclusivo che l’utente è disposto a mettere mano al portafoglio.

In questo quadro piuttosto variegato, mancano però all’appello alcune colonne portanti del pantheon giornalistico tedesco, come Die Zeit, Frankfurter Allgemeine Zeitung e Spiegel Online. Di recente quest’ultimo ha affidato a parte del suo staff un sondaggio esplorativo nell’azienda e tra gli ex lavoratori. La bozza di una sessantina di pagine dell’Innovation report, diffusa dall’emittente Südwestrundfunk (Swr), porta a galla anche valutazioni di questo tipo: “aumentiamo la nostra importanza”, “ogni unità ha i propri riferimenti e ottimizza il proprio successo senza considerare le altre”, “sperimentiamo troppe poche cose che siano davvero nuove”. Accanto a problemi di metodo, vengono evidenziate esigenze pratiche, come cambiare sede, per avere ambienti idonei a realizzare progetti interdisciplinari, e intervenire sul “caos dei loghi”, circa 37, dei vari prodotti editoriali. Di fronte a questo risultato, i vertici del gruppo hanno subito detto la loro: «Anche se non siamo necessariamente d’accordo con ogni punto delle obiezioni, consideriamo l’apertura e la capacità di fare e ricevere critiche una parte essenziale del processo di cambiamento che desideriamo».

Così si legge in un comunicato scritto dal direttore del settimanale cartaceo Klaus Brinkbäumer, dal direttore dello Spiegel Online Florian Harms e dall’amministratore delegato Thomas Hass, pubblicato dalla Swr. Il “processo di cambiamento” è l’opera di ristrutturazione avviata attraverso la cosiddetta Agenda 2018, presentata dal gruppo Spiegel a dicembre, anche se il programma era già stato anticipato lo scorso giugno. Due i verbi al centro del documento: “risparmiare” e “crescere”. Da una parte 100 misure per abbassare  i costi di circa 16 milioni di euro, dall’altra 15 progetti editoriali (tra cui il paywall) che riguardano tanto il cartaceo quanto il digitale. Questi mondi Klaus Brinkbäumer li conosce molto bene essendo anche executive editor dello Spiegel Online. Quando Hass illustrando il piano dell’Agenda 2018 ha detto «il futuro è nelle nostre mani e nelle nostre menti», si riferiva anche a lui. Questa è l’intervista che il direttore ha rilasciato a Piazza Digitale alla fine di gennaio. 

Il futuro del giornalismo, Herr Brinkbäumer? Sarà digitale o cartaceo?
Entrambe le cose. Ovviamente in misura crescente digitale ma allo stesso tempo per molti anni rimarrà cartaceo.

Nel frattempo Spiegel Online ha deciso che sperimenterà il paywall. Di che modello si tratta?
Cominciamo con il pagamento di singoli testi, con dei “pass” quotidiani e altri modelli di abbonamento.

Quando partirà?
Presto, non c’è ancora una data.

Il pagamento degli articoli online ha anche degli svantaggi? Secondo lei la qualità dei contenuti può bastare?
No, ma dei buoni contenuti sono il primo requisito, e il secondo è la platea di lettori che noi grazie a Spiegel Online fortunatamente abbiamo. Importante è la correttezza, dobbiamo prendere sul serio i nostri lettori e fare loro offerte flessibili, oneste.

Nel 2014 l’allora direttore Wolfgang Büchner disse in un’intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung: «Non penso che sia il caso far pagare del tutto o in parte Spiegel Online. Perderemmo una grossa parte dei lettori e quindi delle entrate per la pubblicità. E non dobbiamo dimenticare: abbiamo una forte concorrenza su Internet che è chiaramente gratuita». Cos’è cambiato?
La nomina del direttore forse? (ride). Crediamo che le persone da tempo abbiano imparato a pagare per contenuti digitali o per prodotti comprati online. Gruppi editoriali come New York Times e Financial Times dimostrano come può andare.

Proprio Büchner voleva unire le redazioni della carta e del web, con il programma Spiegel 3.0, andato in frantumi dopo neanche un anno. Perché secondo lei? Lei come valutava quel progetto?
Mi dispiace, ma non posso commentare la strategia del mio predecessore.

Nell’Agenda 2018, oltre al paywall, ci sono molti altri progetti. E alcuni li avete già realizzati..
All’inizio di dicembre abbiamo avviato la nuova app, che traspone il giornalismo investigativo dello Spiegel in forme di racconto multimediale ed è diventata straordinaria. Spiegel Daily diventa un quotidiano digitale: proviamo, produciamo numeri zero, programmiamo. Non abbiamo ancora stabilito una data di partenza. Inoltre sviluppiamo appunto una forma di pagamento per Spiegel Online e diversi nuovi formati, in ogni caso digitali, ma anche cartacei come Spiegel Biographie.

Nel documento però si legge che la casa editrice Spiegel-Verlag entro il 2018 ha intenzione di tagliare 150 degli attuali 727 posti di lavoro. Lei non la definirebbe una sconfitta?
Sì, perché nessuno di noi riduce volentieri dei posti di lavoro. Ma una direzione responsabile del gruppo ha il compito di prendere atto che i nostri costi sono troppo alti. Lo Spiegel è solido e indipendente, ma vuole anche rimanere tale.

L’anno scorso il fatturato si attestava sui 284,9 milioni di euro. Nel 2007 si aggirava intorno ai 350 milioni di euro…
I ricavi delle vendite sono rimasti piuttosto costanti, mentre le entrate della pubblicità hanno arrancato. In confronto agli altri giornali tedeschi la situazione delloSpiegel o anche della Die Zeit è molto buona. Certo Google e Facebook, calamite di pubblicità, non dovrebbero scomparire, per il momento.

Nel 2015 siete scesi per la prima volta sotto le 200mila copie singole vendute del settimanale (numero 46 di novembre). Mentre Spiegel Online ad agosto per la prima volta dal 2011 è andato sotto i 10 milioni di utenti unici sul sito. Come interpreta questi dati?
Come uno sprone. In tempi di cambiamenti strutturali, nessuno ha la facoltà di fermarsi, perché i successi di ieri non hanno più grande valore il giorno dopo. Dovremmo essere vigili e veloci, sempre.

La vostra testata è presente su Twitter, Pinterest, Instagram, Snapchat e ovviamente su Facebook. Il responsabile social-media Torsten Beeck ha filmato il primo “Instant Article”. Che ruolo hanno i social media nella sua redazione?
Un ruolo sempre più importante. Io stesso ho imparato prima di tutto che i lettori oggi si aspettano di poter raggiungere il direttore e questo mi fa piacere. 

Der Spiegel è sinonimo di giornalismo d’inchiesta. Quali sono le prospettive di questo genere giornalistico, in Germania e nel mondo?
È la nostra essenza, e noi ne avremo cura così come avremo cura della nostra rete di corrispondenti. Il giornalismo investigativo tuttavia è nel complesso minacciato perché costa tempo e denaro, e gli editori hanno tagliato i loro budget.

Herr Brinkbäumer, l’ultima domanda voglio fargliela sull’Italia. La sua testata in passato ha espresso critiche molto severe nei confronti degli italiani. Ma lei cosa pensa davvero della nostra stampa?
Amo l’Italia, andavo a trascorrerci le vacanze da piccolo. Mi piacciono molti giornali italiani e molti blog. La televisione italiana meno. Però, naturalmente, non sta a me dare consigli o raccomandazioni.

 

Il tallone di Hillary

Il giornale tedesco The Local ha stilato una sorta di lista della spesa per Hillary Clinton, tra i candidati dei democratici alle primarie americane per le elezioni del prossimo novembre. Sei ingredienti che l’ex first lady, prima donna a diventare presidente, potrebbe importare dalla prima cancelliera della Germania al governo da dieci anni, Angela Merkel.

Hillary Rodham Clinton, Angela Merkel
Hillary e Angela al Dipartimento di Stato di Washington nel 2011 (Foto: AP/Manuel Balce Ceneta)

Tra queste ce n’è una su cui soffermarsi, la penultima: “trasformare la più grande debolezza nella propria forza”, ovvero rendere il tallone d’Achille un cavallo di battaglia. Pensando a Merkel viene incontro subito un esempio concreto. Le mani intrecciate a forma di piramide rovesciata, ormai un suo tratto distintivo: secondo il giornalista del The Local Jörg Luyken quel gesto è il risultato del fatto che la politica, davanti all’obiettivo di fotografi e operatori, “non ha mai saputo cosa fare con le mani”. E quindi, deduce il lettore, si è inventata la posa per tamponare e amministrare la goffaggine innata in situazioni analoghe. E sempre il lettore, a partire da questo articolo, potrebbe ricordarsi un altro pezzo, dal titolo Mysterious Merkel, apparso nel 2011 sul settimanale statunitense Newsweek. 

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La copertina di Newsweek (dicembre 2011)

L’autore Roger Boyes riprende un passo della biografia scritta da Margot Heckel, che racconta la paura dei tuffi di Merkel bambina. Un giorno ad esempio, a scuola, è rimasta immobile per tutto il tempo, pronta per l’immersione, ma solo nel preciso istante in cui è suonata la campanella della scuola, a decretare la fine della lezione e a spopolare la piscina, è riuscita a sprofondare negli abissi. L’episodio può suggerirci qualche spunto di buon senso sulla sua psicologia, continua Boyes, senza scomodare la psicanalisi: “esita, rimugina e eventualmente trova il coraggio di agire”. L’affermazione trascina con sé anche un altro interrogativo, più complesso: “non potrebbe essere che lei aveva, e ha tuttora, paura di sbagliare agli occhi degli altri?”. Di certo c’è una conclusione da fare: “ha stirato le regole fino al limite ma alla fine è rimasta nel loro perimetro”.

L’aneddoto descrive, si suppone, una delle prime volte in cui la giovane tedesca ha saputo “trasformare la più grande debolezza nella propria forza”. E così dovrebbe fare anche Hillary Clinton, secondo The Local, per lavorare su un certo “imbarazzo sul palco”. “Forse – è la conclusione dell’analisi – una chiamata veloce al Kanzleramt (Cancelleria federale) potrebbe tornare utile”.

 

 

La collaborazione privilegiata

Gerhard Schröder, cancelliere in Germania dal 1998 al 2005, padre dell’ambizioso programma di riforme sociali sotto il nome di Agenda 2010, quattro matrimoni. E nessun funerale, se si esclude quello del suo partito, la Spd, che è sì nella coalizione di governo ma ha senza dubbio vissuto tempi migliori.

Nell’intervista sull’ultimo numero del settimanale Die Zeit, Schröder parla non solo dei socialdemocratici ma anche delle scelte di Angela Merkel, dei risultati delle recenti elezioni nei tre Länder, del discreto successo dell’Alternative für Deutschland. E della Turchia: un bel fascicolo corposo piantato sui tavoli del Consiglio europeo di giovedì 17 e venerdì 18 a Bruxelles. Era stato lui, l’ex cancelliere, insieme all’allora premier inglese Tony Blair, ad avviare le trattative per l’entrata nell’Unione europea. Correva l’anno 2004.

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L’intervista all’ex capo del governo

«Cdu e Csu invece hanno optato per l’ambigua proposta di offrire alla Turchia una “collaborazione privilegiata”. Con la conseguenza che parti importanti della società turca hanno detto: gli Europei allora non ci vogliono proprio. Il fine ha portato al fatto che ora dobbiamo comprarci la cooperazione con la Turchia a caro prezzo- ci costa del denaro profumato»

Dunque siamo diventati ricattabili? Domandano Marc Brost e Peter Dausend.

«L’Europa ha soprattutto la motivazione di essere grata. La Turchia, è lampante, ha accolto più rifugiati di tutta quanta l’Ue. E l’accoglienza- in confronto alle situazioni in Giordania o in Libano- è stata anche ben gestita. Per questo il denaro che vuole dall’Ue per i rifugiati è stato elargito con razionalità. Certo che siamo in parte dipendenti dalla Turchia e questa situazione porterà con sé delle pretese. Per questo il progetto della “collaborazione privilegiata” ha fallito fragorosamente. Non si può neppure dire ai Turchi, come fa ora la Csu: noi abbiamo bisogno di voi ma il visto ve lo scordate. Questa non è una politica assennata»

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Sigmar Gabriel (sulla sinistra), attuale presidente della Spd e vicecancelliere, festeggia il 70esimo compleanno di Schroeder

E allora se l’Europa avesse avvicinato la Turchia, a quest’ora il regime non perseguiterebbe i curdi oppure non si accanirebbe sulla stampa, chiedono rilanciando i giornalisti.

«Questo non lo so. Mettiamo che le trattative per l’adesione fossero andate avanti: che una linea del genere avrebbe portato a degli effetti positivi in termini di apertura e democrazia in Turchia, questo nessuno può contestarlo in alcun modo. Lo sviluppo politico in Turchia ha anche a che fare con il fatto che l’Ue negli anni passati si è mostrata fredda»

È il pensiero dell’ex leader Spd sulla “collaborazione privilegiata”. Una posizione che infila il dito in un tabù nazionale e che non tarderà a smuovere le repliche politiche.

L’icona

«Devo ringraziare tutti, partendo dagli albori della mia carriera…Mister Jones per avermi scelto nel mio primo film, Mister Scorsese per avermi insegnato così tanto sull’arte cinematografica. I miei genitori, nulla di questo sarebbe possibile senza di voi. E i miei amici, vi amo con tutto il cuore, sapete cosa rappresentate per me»

Sono alcune parole del discorso di Leonardo DiCaprio, sul palco del Dolby Theatre, fresco di Oscar come miglior attore. Il protagonista di The Revenant, classe 1974, star di Hollywood, ha impugnato la statuetta nel 2016. Per la prima volta, dopo sei nomination. E dopo una sfilza di film, vent’anni e passa di carriera. Il fatidico speech è stato anticipato da un boato di acclamazione. Accompagnato da una cascata inarrestabile di commenti online, e non solo. Commenti che si sono aggiunti a esternazioni e messaggi di supporto, in circolazione da molto tempo.

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Non arrendersi mai: è il murales che è stato dedicato all’attore su La Brea Avenue a Los Angeles, dove è nato (foto: Ciak)

Vi siete mai chiesti perché negli ultimi anni così tante persone si siano mobilitate per l’Oscar di DiCaprio? Perché così tante persone abbiano chiesto a gran voce: date un Oscar a Leo? L’artista ha sempre visto da lontano il premio, il più ambito per chi ha scelto di fare cinema. Un “caso”, una maledizione, adottata dal pubblico. Ad esempio, per il loro beniamino alcune fan russe avevano realizzato in anticipo delle imitazioni fatte a mano dell’ambito trofeo.

Sì, è vero: la vittoria mancata si è prestata facilmente a essere preda di battute pungenti, gif esilaranti, video di sberleffo. La dimensione ridanciana è emersa sopra tutti gli altri aspetti della faccenda. Ormai la smorfia divertita partiva in automatico appena entravamo in contatto con l’accoppiata DiCaprio-Oscar. E scattava la petizione, seppur ironica.

Ricordate, però: la satira nasce sempre da una sensibilità collettiva. Per chi lo sottoscriveva, quell’appello valeva davvero. Seriamente.

Allora la risposta alla nostra domanda iniziale si trova nella dinamica degli eventi. Tanti volevano che DiCaprio fosse incoronato dai giurati dell’Ampas (Academy of Motion Picture Arts and Sciences). Perché è bravo, perché lo merita. È diventato l’icona di chi ha talento, di chi lavora in modo rigoroso, approfondito, ostinato. Di chi, tuttavia, non ottiene riconoscimenti pubblici. Nel caso specifico, il riconoscimento più prestigioso. Di chi, malgrado la delusione, non si sposta di una virgola e tira dritto. Lo status di icona comporta anche un po’ essere idealizzati, ma fa parte del meccanismo e va bene così. Dopo la notte del 28 febbraio, dopo l’88esima edizione che gli ha conferito una consacrazione a lungo sfuggita, Leonardo DiCaprio ora è l’icona di qualcos’altro.

Del fatto che le capacità da un lato e lo studio dall’altro, alla fine, brillano sotto gli occhi di tutti. Anche se occorre aspettare un po’ e in mezzo pigliarsi in faccia qualche schiaffo psicologico.

Questo vale per la nuvola dorata di Hollywood, come per il resto del discreto mondo terreno. Il mondo di tutti quelli che scrivevano o dicevano: #OscarforLeo.

 

L’undicesimo punto

Il partito guidato dalla cancelliera Angela Merkel, la CDU, ha approvato l’agenda del 2016. Il documento si intitola Mainzer Erklärung ed è stato riassunto in dieci punti.

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Il tavolo di Mainz, con Merkel e alcuni dirigenti della CDU (foto: RP Online)

Nella “dichiarazione di intenti di Magonza” (sede dell’incontro, 8 e 9 gennaio) trovano spazio i temi in cima alla lista dei conservatori: occupazione, tutela della famiglia, mercato interno digitale, appoggio al Ttip. Ovvio che però al centro del programma ci sia, prima di ogni altra cosa, la discussione rianimata dai fatti di Colonia, dove centinaia di donne hanno denunciato le aggressioni subite nella notte di Capodanno. Tra i sospettati ci sarebbero anche 18 migranti, accusati di furti e lesioni.

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Un passaggio-cardine del documento di undici pagine

 

Nel brano riportato qui sopra viene sintetizzato il principio alla base della condotta della CDU in materia di sicurezza. L’Unione cristiano-democratica vuole ridurre gli ostacoli all’espulsione e all’allontamento degli stranieri passibili di pena, espellendo i migranti che siano stati condannati anche con la sospensione condizionale. Lo ribadisce Volker Kauder, capogruppo parlamentare CDU, durante la sua visita nella redazione del giornale Rhein-Zeitung. C’è bisogno di un «cambiamento dei tempi», è il punto di vista di Guido Wolf, candidato per il Baden-Württemberg alle elezioni in calendario a marzo in cinque Länder. E poi c’è «l’umore della base sottoterra», riporta sempre Deutschlandfunk citando Carsten Linnemann, a capo del MIT dei partiti CDU/CSU (Mittelstands- und Wirtschaftsvereinigung, Associazione del ceto medio e dell’economia).

Merkel dal canto suo sottolinea come questa decisione sia stata presa «nell’interesse dei cittadini, ma allo stesso della maggior parte dei rifugiati». Lo sottolinea perché lei è la cancelliera che ha aperto ai migranti e ha scelto l’accoglienza come cifra distintiva. Ora però i colleghi le ricordano, di nuovo, che fra le fila del partito (dirigenti e militanti) molti sono frustati per i recenti eventi e soprattutto per la linea politica sul fronte dell’immigrazione. Questo braccio di ferro, potremmo dire, costituisce l’undicesimo punto della Mainzer Erklärung.

Non scritto, eppure altrettanto cruciale.

 

Il caminetto

“Il discorso del caminetto” è la formula con cui la Repubblica anticipava in sintesi lo spirito del messaggio, il primo di fine anno, del capo dello Stato Sergio Mattarella (eletto il 31 gennaio 2015).

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Uno sguardo emblematico dello stato d’animo (foto: Ansa)

Il rimando è all’accezione, diremmo, positiva del termine: le conversazioni del caminetto (fireside chats), inaugurate dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. Ovvero trasmissioni radiofoniche di grande successo in cui si rivolgeva direttamente agli americani per spiegare, in quel caso, l’azione di governo. Un rapporto familiare e informale con i cittadini. Praticamente il contrario del secondo significato assunto dalla parola in italiano: la politica del caminetto indica le riunioni ristrette e segrete di pochi in cui si prendono decisioni di peso, al riparo dalla trasparenza e dal pluralismo.

«Questa sera non ripeterò le considerazioni che ho fatto, giorni fa, incontrando gli ambasciatori degli altri Paesi in Italia sulla politica internazionale, e neppure quelle svolte con i rappresentanti delle nostre istituzioni. Stasera vorrei dedicare questi minuti con voi alle principali difficoltà e alle principali speranze della vita di ogni giorno.»

Un esordio programmatico quello di Mattarella, dopo aver messo in soffitta la poderosa scrivania di legno, quasi costituisse un muro frapposto tra il suo monito e il pubblico in ascolto, infrangendo le previsioni delle settimane addietro. Ha optato per le stanze dell’appartamento privato al Quirinale. Intorno: una stella di Natale, il presepe sotto la campana, alcuni foglietti in mano tirati in ballo come canovaccio o come scenografia. E poi una poltrona, elegante ma non troppo pomposa.

Il discorso senza scrivania è una novità del 2015. E forse dei futuri discorsi di fine anno firmati Mattarella.

Davanti al caminetto. Quello di rooseveltiana memoria, s’intende.

 

Lo straniero in patria

Un contrappasso.

stajano new.jpgCorrado Stajano definisce così il rapporto tra i suoi scritti e gli studi accademici, che hanno motivato il titolo di “laureato benemerito”, il premio annuale dell’Associazione laureati in giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. Un titolo davanti al quale prova quasi pudore e che smonta pezzo per pezzo. «Mi sono iscritto per rigetto, l’Università la frequentavo pochissimo e la mia tesi era bruttissima. Non ero un bravo scolaro», esordisce così davanti all’uditorio presente per festeggiarlo. Poi, una volta finito l’incontro, quando la stanza si svuota e le persone se ne vanno, depone l’arma del paradosso e si siede su una sedia piuttosto alta e regale della Sala Napoleonica dove si è svolta la premiazione. Ha l’aria di chi è contento di aver rivisto vecchi amici e compagni di vita, di aver ascoltato i loro attestati di stima. Ed è soddisfatto anche di quel premio che gli è stato assegnato per più ragioni, tutte intrecciate tra loro, tenute insieme dalla passione per la giustizia.

In fondo i tomi di legge e le lezioni nelle aule della Statale hanno lasciato un’impronta indelebile, nel contenuto come nella forma. Stajano ha raccontato i temi più complessi del mondo della giustizia, nei libri, negli articoli, nei documentari televisivi. La mafia, il terrorismo, il malaffare. Lo ha fatto con uno stile quasi scientifico, equamente diviso tra saggistica e indagine. Perché questa scelta? «Io non sono lo psicanalista di me stesso», risponde di scatto. La tentazione del paradosso è in agguato, ma decide di governarla dopo poco. «All’inizio ho scritto dei racconti tradizionali, poi ho capito che quella combinazione formava una sorta di pasticcio. Mi sono sentito come un pastaio». Forse è anche il metodo più efficace per analizzare questioni del genere. «Non lo so, per me è stato naturale, non so come sia nato».

La decisione di candidarsi in politica invece è nata da un’esigenza precisa. Era il 1994, Berlusconi si presentava per la prima volta alle elezioni. Il giornalista cremonese sarà senatore fino al 1996 e ora guarda quell’esperienza con lo stesso bonario distacco demolitore del suo intervento durante la premiazione. «Non so neanche se sono contento di averla fatta, ho visto un’oligarchia. Volevo essere utile, penso di esserlo stato pochissimo». Eppure ricorda con divertito piacere l’abitudine di annotarsi su dei pezzettini di carta ciò che avveniva a Palazzo Madama, gli atteggiamenti e le frasi dei colleghi. A casa, dietro Piazza Farnese, li appiccicava tutti su un diario. «Avevo già deciso che ne avrei cavato un libro, ma non ho fatto il senatore per scrivere un libro», conclude. La battuta permette di provare a rifare la prima domanda, che Stajano aveva in qualche modo scansato. Allora, qual è il valore di questo premio? «Io sono spesso uno straniero, ma ce ne fossero di stranieri, più stranieri di me, in questa Italia così infelice. È un Paese pieno di energie positive che vengono dimenticate, scartate. Perché devono vincere sempre i peggiori?».

Non fa in tempo a terminare la frase e la sedia è già vuota.

Articolo pubblicato il 14 dicembre su La Sestina, testata online della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi